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| I figli illustri di Marcianise da Cenni storici della Città di Marcianise dell'avv. Nicola De Paulis (Marcianise, marzo 1937) |
Per gentile concessione della figlia prof.ssa Anna De Paulis |
Marco Maffei
Nacque in Marcianise nel 1542 da Giosino e Domenica Cipolla, genitori di condizione economica discretamente agiata; il suo nome di Battesimo fu Vincenzo.
Da fanciullo mostrò vivo fervore per la religione cattolica, e frequentò con amore e con zelo la Chiesa e le pratiche religiose.
Un giorno aveva ascoltato una predica sulle vanità mondane, di un frate Domenicano di gran valore, chiamato nel nostro Duomo per la quaresima del 1559, quando tonno a casa con l'anima e col cuore pervasi da un tumulto di sentimenti. Come il poverello d'Assisi, si formò il convincimento che la bellezza, gli onori, le ricchezze, son cose fallaci, insidie del mondo; e sentendosi chiamato dalla Divina Grazia, fece il fermo proponimento di farsi religioso.
La sua risoluzione fu accolta con un senso di viva commozione dai suoi genitori, che nella semplicità del suo tratto, nella modestia dei suoi occhi, nella ritrosia di mostrarsi in pubblico e nell'abbonimento dei balocchi fanciulleschi, avevano avuto la prova tangibile che il loro figlioletto era coronato dalle benedizioni del cielo, e lo assecondarono.
All'età di 17 anni si presentò al Regale Convento di S. Domenico in Napoli, ove fu accolto con fraterno amore da Padre Serafino da Marcianise, che faceva parte di quella Comunità, ed al quale senz'altro dichiarò di sentirsi chiamato ad abbracciar quella vita, che già da tempo amava.
Dopo breve esperimento, in cui ne fu vagliato il tenace proposito, Vincenzo fu Ammesso al Noviziato; si ebbe l'investitura e prescelse il nome di Frate Marco.
Orazione, obbedienza e sacrifizio furono le tre virtù, che fin dal primo momento elevarono l'anima sua verso Dio, in una fusione perfetta, intima e contemplativa, in cui si sentiva sempre più elevare dalla terra al Cielo, in dispregio delle passioni terrene. Queste virtù gli perfezionarono la mente ed il cuore, lo elevarono al di sopra della sua personalità terrena, dandogli coraggio, nobiltà e grandezza morale; ed egli considerò la vita monacale come l'ideale suo più bello, come l'unica via, che meglio di tutte lo congiungeva a Dio.
Dopo la professione dei voti, siccome l'ordine di S. Domenico si fonda sulla predicazione e sull'insegnamento, partendo dal principio che l'ignoranza è il terreno più facile per la diffusione dello errore, sicché dottrina e santità sono i suoi cardini fondamentali, Marco si dedicò con viva passione agli studi. Ben presto la sottigliezza e vivacità del suo ingegno attinsero alle pure fonti della scienza, nell'occulto e tormentoso desiderio di un costante perfezionamento, e la sua mente vibrò del caldo riflesso che gli veniva dalla parola dei grandi della Chiesa. Dopo un periodo di severa e profonda preparazione di scienze filosofiche e teologiche, fu consacrato al Sacerdozio.
Intanto, i giovani che più emergevano per vivacità di ingegno, nell'ordine, e volevano completare i loro studi, erano mandati al Convento in Bologna, dove fiorivano rinomatissime scuole; Marco fu prescelto tra i primi, come attestato della sua cultura non comune e delle spiccate qualità del suo ingegno.
A Bologna per tre anni studiò tenacemente; irrobustì la sua mente di una profonda cultura, nella consapevolezza della missione del Domenicano, al quale si impone, non solo, il dovere delle pratiche divine e dell'ascetismo, ma soprattutto quello di rendere i frutti, a vantaggio della Chiesa e del consorzio civile, con la dottrina e l'eloquenza.
Per tre anni adunque visse in completa dedizione e raccoglimento, rifuggì ogni divagazione; si dice che durante i tre anni, tre volte sole uscì dal Convento; nelle ore della preghiera si prostrava dinanzi alla tomba del fondatore dell'ordine S. Domenico, artistico monumento del Buonarroti, nella Chiesa di quel Convento, e si ispirava al ritmo arcano di quell'anima santa; quelle ceneri gli sussurravano un linguaggio eloquentissimo, gli comunicavano la luce divina, le gesta gloriose ed il grande zelo di quell'atleta della Chiesa.
Egli cercava anelante quella solitudine incantata, ove, nei silenzi ineffabili, si ascoltavano soltanto le melodie ignote della propria anima, che invano si evocano tra lo strepitio della vita.
Da quella rigorosa preparazione spirituale ed intellettuale Marco uscì altamente degno di trasfondere nella vita i maschi tesori delie sue nobili virtù, ne uscì come il Domenicano perfetto, l'eroe crogiuolato e preparato, per l'affermazione della divina parola, e senz'altro dette segni tangibili di queste magnifiche sue qualità elette.
In quel tempo, i Padri della Provincia Lombarda celebrano in Bologna un Capitolo Provinciale per eleggere i così detti Cattedranti; per essere prescelti bisognava sostenere un pubblico esame difficoltosissimo; Marco lo sostenne con comune ammirazione, e quei Padri lo proclamarono degnissimo di dare lezioni di Filosofia e Sacra Teologia.
Ben presto la sua fama si divulgò e molti Conventi lo richiesero come insegnante; egli però umile e modesto preferì ricoverarsi nella quiete del Convento dei Domenicani in Gaeta, ove era raccolto un fiorente studentato.
La grandezza cristiana non si scompagna mai dall'umiltà, è gran parte di essa, anzi è sua figlia primogenita; Marco era umilissimo, perché conosceva secondo ragione quel che è l'uomo, miserevol cosa, di fronte a Dio.
Nella scuola di Gaeta si rivelò superiore alla fama che lo aveva preceduto; egli comunicava la scienza Divina come un asceta, la dolcezza e la grazia della sua parola infioravano i suoi concetti, che sgorgavano dalle sue labbra, come una luce Divina. Le sue lezioni erano ascoltate con grande amore e con grande profìtto dai giovani che lo amavano, con un senso di viva ammirazione, perché aveva un intelletto chiarificatore, tutto intento a cogliere la sostanza delle cose, nelle loro ragioni immanenti ed eterne.
Ma egli non poteva restare lungamente celato in quel serafico oblio; poco dopo, i superiori lo prescelsero ad insegnare nel Convento di Santo Spirito in Palazzo a Napoli ove ebbe tra le sue penitenti Suor Orsola Benincasa, poi in quello di S: Maria della Porta in Salerno, ove parecchi del clero secolare sentirono la necessità di frequentare premurosamente le sue lezioni.
Ma le sue grandi virtù, le ricchezze della sua grazia e l'intreccio mirabile delle sue doti di mente e di cuore, non potevano esaurirsi nel solo insegnamento; fu prescelto alla paternità spirituale, a cui i superiori lo ritennero squisitamente eletto, a vantaggio delle Comunità.
Nel 1574 fu mandato a fondare il nuovo Convento della SS. Annunziata in Avellino, col titolo di Priore, però vi rimase poco tempo, perché la sua umiltà mal si attagliava a quella carica onorifica, c si affrettò a chiedere di esserne esonerato. Dopo breve riposo, però, il Generale dell'Ordine, con Autorità Apostolica, lo nominò Priore del Convento di S. Maria la Porta in Salerno.
Le cariche si susseguirono e la sua operosità non ebbe tregua; fu nominato Visitatore di dodici Conventi e nell'esplicazione delle sue alte funzioni fu sempre umile e dimesso; questo suo comportamento gli procacciò maggiormente l'affetto e l'ammirazione di tutti.
Ma a ben altri onori egli era predestinato, ormai era conosciutissimo ed il suo nome risuonava con riverenza; i Padri di tutte le Province cominciarono a designarlo al sommo grado di Generale dell'Ordine.
Nel Capitolo di Roma, nei primi del 1600, sarebbe stato certamente eletto, se non avesse scongiurato quel nobile consesso di Padri ad allontanare da sè tanto onore, di cui si reputava indegno. Era sulla via del ritorno, quando venne raggiunto da un messo del Sommo Pontefice Clemente VIII, il quale gli comunicò che il Papa lo richiamava in Roma conferendogli la carica di Procuratore Generale dell'Ordine.
Per sette anni si votò a questo altissimo ufficio, e tutti i Padri chiamarono quella designazione una speciale provvidenza di Dio, perché la sua opera preziosa lasciò traccia indelebile, per gli innumerevoli benefici arrecati all'Ordine. Basti rammentare che nel 1605 ottenne un memorabile breve Pontificio, mercé il quale venivano confermate tutte le esenzioni, le grazie, le indulgenze ed i privilegi concessi ai Padri Domenicani, fino allora conferiti dai Romani Pontefici, ciò che fu una grande affermazione per la gloria dell'Ordine.
Dopo sette anni di nobile fatica egli, rifinito in salute, implorò dal Sommo Pontefice, perché accettasse la rinunzia e lo restituisse alla pace della sua modesta colletta, preferendo dedicarsi alle opere di umiltà, ed essere l'ultimo di tutti.
Ma dove l'opera sua trovò più austera ed eloquente affermazione, fu nel campo della predicazione.
Si deplorava ai suoi tempi una decadenza nella oratoria sacra; il bagaglio dell'eloquenza sacra era enorme e macchinoso, esso era gravato di teologia medioevale, soprattutto di retorica seicentesca; l'uno e l'altro vizio toglievano a quasi tutta l'oratoria sacra quella immediatezza e quella spontaneità, che sono i mezzi migliori della persuasione, e che riconducono l'eloquenza nel regno della poesia.
Per buona fortuna, due colossi della Chiesa, con animo risoluto, ripresero il saggio indirizzo, cioè quello della predicazione sulla scorta del vangelo, Filippo Neri e Marco Maffei; per le loro labbra parlava lo spirito della santità, oratoria forte e sana, onde giustamente il primo fu detto l'apostolo di Roma, ed il secondo può dirsi l'Apostolo di Napoli.
L'oratoria di Marco Maffei costituì il risveglio ed il rinvigorimento dello spirito cristiano; movendo dalla convinzione che cristiana è certamente nel cuore la società, egli dimostrò che solo per le vie divergenti dell'analisi razionalistica, essa è anticristiana nella scienza e nel pensiero. C'era in lui del filosofo penetrante, che riusciva ad intravedere chiara la visione degli errori dei suoi tempi, attraverso il lume della fede, onde ebbe battute eloquentissime, che lo resero celebre quasi in tutta la nostra penisola.
Non fa adunque meraviglia, se sia stato chiamato finanche in Roma, a predicare alla presenza del Sommo Pontefice, che aveva mostrato grande desiderio di ascoltarlo. Quivi predicò le Domeniche dell'Avvento e la Quaresima, pronunziando orazioni che riscossero viva ammirazione dal Papa e dai Cardinali, che non esitarono a magnificare le sue nobili virtù.
A 74 anni, dopo una vita grande, umile e laboriosa, affranto da una infermità dolorosissima, che egli chiamò la croce sulla quale doveva morir crocifisso, logoro nella malferma salute, esalò l'ultimo respiro il 15 Marzo 1616 in Napoli, nel Convento della Sanità.
La sua morte fu onorata dai più larghi sensi di venerazione, e tutti gridarono all'uomo miracoloso, al dotto, al santo; i napoletani accorsero al convento in uno slancio di fede e gli tagliuzzarono finanche le vesti, per portarsene i pezzi come reliquie.
Subito dopo la sua morte cominciò una serie interminata di prodigi, di grazie, con cui Iddio si benigna manifestare la gloria celeste che Frate Marco gode, e la potenza della sua intercessione.
Presso la sua tomba, prima in S. Maria della Sanità, e poi in S. Domenico Maggiore, fu un continuo pellegrinaggio di fedeli; furono messi in evidenza vari miracoli, come frequenti apparizioni e guarigioni di infermità disperate.
Alla Curia Arcivescovile di Napoli, dinanzi al Cardinale Decio Carafa, fin dall'anno 1617, un anno dopo la sua morte, furono presentati gli articoli per il Processo Ordinario Informativo sulla fama di Santità; e nel 1621, cinque anni dopo la sua morte, fu iniziato il processo di beatificazione presso l'Archidiocesi di Capua.
Per ricordo di lui, i cittadini di Marcianise, quasi nel centro della Città, ne fecero dipingere l'immagine, che si attribuisce al celebre Paolo Di Maio, sulla parete esterna dell'antichissima e isterica chiesetta della Madonna delle Grazie. |
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