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Pro Loco Marcianisana - Città di Marcianise (Caserta): vi trovate in Storia della Città
 
Tratto dal libro "Cenni storici della Città di Marcianise e dei suoi Figli illustri" dell'avv. Nicola De Paulis (Marcianise, marzo 1937)
Per gentile concessione della figlia prof.ssa Anna De Paulis
Le Origini e la Storia di Marcianise
Due studiosi di scienze archeologiche e storiche si sono occupati, a preferenza tra gli altri, con maggior serietà di intento e con profonda cultura, dell'origine e della storia di Marcianise: il Canonico Cav. Nicola De Paulis, nostro concittadino, ed il Can. Gabriele Iannelli di Capua, fondatore di quel Museo Campano.
Essi hanno tratto le fonti del loro dire dalla osservazione diretta delle cose di questa Città (ruderi, tombe, epigrafi, monete ecc); da valorosi storici ed archeologi (tra cui il Pellegrini, il Pratilli, il Mazzocchi, il Granata, il Sintimorite ecc.) nonché da antiche scritture e platee, che parlano delle nostre vicende passate. Confortato adunque il loro dire da tali elementi di indiscusso valore, acquista carattere di seria attendibilità.
Il De Paulis, nel 1878, pubblicò un volume di 126 facciate, intitolato: A rivendicare l'abolito Stemma della Città di Marcianise in cui espresse la sua opinione sulla origine della nostra Città.
Il volume fu dato alle stampe a spesa del Comune, come segno di gratitudine, ed il Sindaco del tempo, Sig. G. B. Argenziano, a nome anche del Consiglio Comunale, gli comunicò il vivo compiacimento.
Lo Iannelli, nel successivo anno 1879, pubblicò un volume di 465 facciate, intitolato: Qual è la Storia vera della nuova Città di Marcianise in cui espresse opposta opinione, sulla origine di Marcianise, confutando quella del De Paulis (con forma talvolta acre e poco cortese).
Questi, in risposta, pubblicò un volume nel 1881 di 265 facciate, ed un altro nel 1882 di 254 facciate, entrambi intitolati: Questioni Archeologiche Storiche, giuridiche, araldiche in cui, raffermando con risolute argomentazioni la sua opinione, ribatteva e confutava quella dello Iannelli.
Entrambi dotati di una cospicua e profonda cultura, torturarono il loro intelletto, in un ammirevole sforzo, per amor del vero.
Io, nel compilare questo modesto lavoro, ho avuto una sola finalità: quella cioè di ridurre in facili concetti ciò che essi hanno scritto avvalendomi degli argomenti più decisivi, scevri da sofismi e peregrinazioni culturali, in un compendio di piccola mole, accessibile a tutti.
Mi sono indotto a fermare le pietre miliari, riflessi della primitiva nostra età, sia pure in una rapida e fugace rassegna, perché ho ritenuto far cosa grata, alimentare e ravvivare la face dei nostri preziosi ricordi, testimonianza della nostra virile origine romana.
E mi è stato gradevole il farlo, perché ormai, anche a grandi tratti, è doveroso celebrare quei riti che solennizzano il patrimonio austero della terra natale, da cui lo spirito trae nutrimento di gagliardia, vivaio inesausto di forza e di civiltà, cui il probo operare ed il senso geloso della dignità tengono fede alla tradizione dei padri, nell'aspra vicenda della evoluzione dei secoli.
E mi sia consentito a questo punto rivolgere il mio pensiero memore e devoto al mio Illustre Zio Can. De Paulis, interprete dei sentimenti tutti della nostra Città, per elevargli il canto sincero del cuore, l'inno devoto della gratitudine; perché lui solo, con vero amore di figlio, seppe provocare dagli austeri resti, il dignitoso e retto linguaggio, e raccogliere con infinita passioi elementi validi, in nome di una idealità che tutto gli consentiv solo seppe ornare questo modesto angolo di Italia, fecondo di e di opere, della corona di alloro del grande Cesare, e trarla ai digi fasti della sua romanità.
Premetto l'esposizione delle due opinioni, per addivenire successivamente alla disamina dei discordi pareri, in reciproco controllo, onde trarne il definitivo e sicuro convincimento.
 
Opinione del De Paulis
Assume il De Paulis, che Marcianise trae la sua origine da una colonia romana, impiantatasi in questa fertilissima pianura, fin dai tempi di Caio Giulio Cesare il Dittatore, cioè 50 anni prima della venuta di Cristo, e circa il 703 di Roma; che la colonia fu di prodi veterani, quivi condotti a godersi dei fondi, in premio e ricompensa delle loro belliche gesta.
In effetti risulta accertato storicamente dal Freinsenio e dal Rollili, che Cesare nell'anno 703 di Roma distribuì vaste terre in Italia ai suoi soldati, che lo avevano seguito in pochi mesi di memorabili vittorie, dal Rubicone alla battaglia di Tapso in Africa, per le quali, spenti Metello Scipione, il Re Giuba e Catone l'Uticense, celebrò quattro trionfi; e li stabili in colonie.
Lo stesso storico Rollin, dopo aver detto che Marco Antonio (del secondo triumvirato) condusse una colonia in Casilino, (ove trovasi l'attuale Capua) soggiunge: quantunque Caio Cesare colà (cioè nella Campania) ne avesse già stabilita, pochissimo tempo prima, un'altra; e dice ancora che poco appresso Ottaviano visitò la Campania, dove i soldati veterani di suo padre (adottivo) si erano stabiliti in colonie.
Occorre chiarire che presso i Romani le colonie erano civili e militari; esse erano costituite da una parte del popolo romano mandato a fissare residenza in città conquistate con le armi, oppure costruite dalle fondamenta, e per la loro costituzione era necessario un decreto del Senato, ed un plebiscito proposto da un Console, dal quale poi venivano assegnati i Triumviri Coloniae deducendae. Le militari differivano dalle civili per la loro diversa indole, perché i coloni non si intendevano sciolti dal vincolo militare, ma rimanevano nei ranghi, serbando la disciplina sotto i loro Ufficiali; criterio attuato oggi nella colonizzazione Etiopica.
Occorre precisare inoltre che Cesare, Dittatore, si discostò dal prescritto rito per la costituzione delle colonie e non provocò alcuna formalità nel costituirle, solché mantenne il rito di fondazione, di designare cioè con l'aratro il solco di delimitazione dei fossati e delle mura «aratro moenia designabat »; ed allora le città poteansi indistintamente chiamare Oppida ed Urbes, perché la parola Urbs derivava da Orbe et Urbo, cioè dal solco circolare e dal bure o manico dell'aratro. In merito, Varrone così si esprime: Oppida quae prius erant circumdata aratro ab orbe et urbo, dicebantur urbes.
Che una di queste colonie militari sia stata quella che ha dato origine alla nostra Marcianise, lo dimostra la primitiva forma oppidana e castrense, che i primi abitatori dettero alla loro residenza; forma che, accertata archeologicamente, rappresenta il fulcro della opinione del De Paulis; perché da molteplici elementi, che saranno scrupolosamente esaminati e vagliati, risulta in modo evidente, che la primitiva Marcianise serbava le forme di campo militare trincerato.
Occorre prima d'ogni altro premettere una considerazione storica di indole generale, per pervenire poi alla nostra particolare. Come ho detto, nelle colonie militari veniva quasi conservata la disciplina militare; esse costituivano tanti presidi e guarnigioni, disponibili ad ogni chiamata in difesa dello Stato. Come si rileva dallo stesso Caio Giulio Cesare nei suoi Commentarii, gli eserciti romani, per legge militare, non potevano pernottare neppure una notte sola in un sito, specialmente in tempo di guerra, senza prima costituirsi un campo trincerato, anzi, quando trattavasi di quartieri di permanenza, essi si costituivano in gran parte in fabbrica. Ora, se tutto ciò è storicamente inconfutabile e verte il periodo transitorio dello stato di guerra, a maggior ragione deve ritenersi lo stesso principio delle forme castrensi per le colonie militari, che erano presidi duraturi e non a tempo detcrminato; per queste, la legge militare reclamava accampamenti definitivi e completi trinceramenti.
Stante ciò, premesso che la prima nostra colonia era di prodi veterani ed aveva carattere militare; premesso che le colonie militari erano campi trincerati definitivi, con costruzioni in muratura, occorre solo dimostrare, con la disamina dei resti archeologici, che la nostra terra conservò dopo tanti secoli, che essi sono parte delle antiche fortificazioni della cittadella di Marcianise, col conforto delle affermazioni storiche relative, per pervenire alla inevitabile conclusione che l'assunto del De Paulis si consolida fino al segno da acquistare tutta la autenticità di fatto storico certo.
Originariamente, Marcianise era una Cittadella, circondata da un fossato, protetta da un muro di cinta, ed aveva l'aspetto di un esagono a lati disuguali. Oggi i confini potrebbero delimitarsi nel seguente modo: ad oriente con parte di Piazza Umberto I e la prima parte di Via Felice; ad occidente con la Piazzetta Atella e la prima metà di Via Campodisole; a mezzogiorno con la Via Torri ed a settentrione con la Via Monte dei Pegni, fino a poco tempo fa detta dei fossi. Tutto il perimetro misurava più di un chilometro, ed i quattro punti di principale congiunzione delle mura erano rafforzati da quattro torri, che oggi potrebbero individuarsi nei seguenti posti: una presso la casa Viciglione, una presso la casa Ferraro Carlo, una presso la casa De Franciscis, ed una al centro della facciata del palazzo Messore in Piazza Umberto I.
La Cittadella aveva quattro porte: una era la Pretoria, sita al centro della facciata del palazzo Messore in Piazza Umberto I, era la più importante, così detta dal vicino Pretorium, residenza del Comando Militare; un'altra era la Decumana o Atellana, che trovavasi presso la casa Ferraro, prospiciente la Piazzetta Atella; poi vi era la Principalis Dextera, o Porta Marte, sull'attuale Via Duomo, che menava al Tempietto di Marte fuori le mura, e la Principalis Sinistra, che chiamavasi anche Porta del Sole, perché sita a mezzogiorno, onde il campo contiguo e adiacente si disse prima Campo di Porta Sole, e poi Campodisole, nome che oggi conserva la via omonima.
In genere, dalla ubicazione delle porte e delle torri è accertato che ogni porta era garantita e protetta da una torre detta Propugnaculum. La ragione di tanto va ricercata nel fatto che uno dei mezzi strategici più comuni per proteggere le milizie che assalivano una fortificazione era quello di costruire apposite torri di legno, mobili, più alte delle mura di cinta per fare in modo che appositi guerrieri, in esse racchiusi, potessero offendere quelli che erano nell'interno delle mura, proprio nei posti più delicati, quali erano le porte da sfondare; pertanto in quei posti vulnerabili si costruivano altre torri, più alte delle mura stesse, per contrapporle a quelle degli assalitori.
Le due porte di maggiore importanza, la Pretoria e la Decumana, erano collegate dall'arteria principale della Cittadella, l'attuale via Domenico Santoro su cui sboccavano altre cinque vie perpendicolari e parallele tra di loro, che oggi nomansi vinelle.
L'arteria principale usciva dalla Porta Decumana ed arrivava al punto oggi detto «trivio croce» in cui si immetteva nella consolare che da Capua antica (oggi S. Maria C. V.) portava ad Atella, ragion per cui fu chiamata anche Atellana.
Sull'origine etimologica del nome di Marcianise si son formulate varie ipotesi; riporto quelle più attendibili.
La prima opinione è di quelli che lo traggono dalla mitologia e scrivono con lo storico Granata Marthanisium; essi a tanto si inducono perché si riferiscono all'antico tempietto di Marte sito fuori le nostre mura, dove attualmente sorge il nostro Duomo, prima dedicato a S. Martino e poi a S. Michele Arcangelo.
La seconda opinione è quella del filologo Smith, a cui aderisce anche il Natali Sifola, che lo fa nascere dalle due parole latine Martia-nisus, che traduce Tempio di Marte templum seu statio Martis; ed a puntello della sua opinione cita l'esametro di Virgilio Stat Gravis Entellus, nisumque immotus in uno.
Nella Platea di S. Michele Arcangelo a pag. 36 a tergo si legge: è sita dalla chiesa dentro la Piazzetta dai Pagani fuori le mura ed i fossi di Marcianise; a fol 35: detta chiesa fu fondata sotto il titolo di S.Martino... eretta là dove giaceva l'antichissimo tempietto di Marte. Negando questa documentazione lo Iannelli osa assumere che l'appellativo Marcianise deriva dal cognome Marzano.
Attualmente esistono ancora alcune strade e località che richiamano alla memoria l'antica origine di Marcianise, cioè: Via dei fossi, Via Pagani, Via alle Torri, Via Marte, Piazza Atella, ed una caratteristica zona sita al centro della Città detta delle Vielle in cui si impiantava l'antica Cittadella fortificata.
 
Opinione dello Iannelli
Assume lo Iannelli, che Marcianise poté sorgere tra gli anni 1101 e 1117, nei quali si ha la più antica menzione di essa nella storia. Egli fa capo ad un documento del 1052, riportato nella Chronica Sacrii Monasteri Cassinensis, scritta da Leone, Cardinale Vescovo di Ostia tra il 1103 e 1117, con la continuazione di Pietro Diacono, e con le note dell'Abbate Angelo della Noce.
In detto documento si dice che nel 1052 i fratelli Landenulfo ed Adenulfo, nobili della Città di Capua, una a Pietro loro nipote, prendendo l'abito monastico in Montccassino, sotto l'Abbate Richerio, offrirono a S. Benedetto, ex integro, tutte le loro facoltà, eredità e possessioni, che avevano in tutto il Principato Capuano; e fra queste possessioni vanno notate le terre site in queste contrade.
Lo storico Sannelli, il più antico scrittore delle materie Capuane, nella metà del secolo XVI dice che detti fratelli e nipote erano capitani di singoiar valore ed appartenevano alla famiglia dei Principi Longobardi, derivanti dal grande Adenulfo, ultimo Conte e primo Principe di Capua dell'anno 899.
Questi Principi erano chiamati Marzani, famiglia che prima sotto gli Angioini, e poi ancora sotto gli Argonesi, fu investita delle prime cariche del Regno ed arricchita di moltissimi feudi, tra i quali sono da ricordare i Contadi di Alife e di Montaldo, i Ducati di Sessa e di Squillace, i Principati di Rossano e di Capua, del cui agro facevano parte le nostre contrade.
Dal nome Marzani può essere derivato Marzanise; all'uopo chiarisce lo Iannelli, che Marcianise originariamente dovette essere un Suffeudo, o semplice Feudo rustico, di cui i primi livellarii o tributari erano obbligati a pagare ai Signori in Capo per diritto di recognizione, alcune prestazioni feudali, dette per quel tempo nisi; ebbe forse così a derivarne la denominazione Marza-nisi, denominazione atta ad un tempo stesso a dimostrare una tenuta, con l'annesso obbligo della riconoscenza diretta della Signoria superiore.
Forse così potrebbero essere spiegate pure le consimili denominazioni dell'epoca stessa Longobarda dei Suffeudi di Sparanise, della Signoria di Federico Sparano; di Grazzanise dalla Signoria di tal Graziano Notaio e Chierico; di Capodrise dalla famiglia Caputo residente in Capua, detto originariamente Caputnisi e poi raddolcito in Caputrisi e Capodrise.
Per quanto riguarda la vicinanza di Capodrise a Marcianise, lo Iannelli spiega che i Marzani, che avevano le loro possessioni in queste contrade, erano imparentati precisamente con la magnatizia famiglia di Simone Caputo, marito di Mabbilia, figlia di Roberto Guiscardo Duca di Puglia, il quale Simone teneva possessioni a Marcianise, Airóla e circostanti luoghi.
Ritornando al primitivo concetto, assume lo Iannelli che i fratelli Landenulfo e Adenulfo ed il loro nipote Pietro avevano una speciale grandissima devozione verso S. Michele Arcangelo, a segno che edificarono non solo frequenti chiese in suo nome, in Capua e nel territorio Capuano come S. Angelo in Formis, S. Angelo Audoaldis, S. Michele a Corte, S. Michele a Raito; S. Michele di Casanova, San Michele delle Curti, S. Angelo De Glutta presso Camigliano, S. Arcangelo a Capua Vetere etc. ma fecero perfino coniare le loro monete col nome di S. Michele.
Ora, trovandosi le prime menzioni di Marcianise al tempo dei Longobardi, Principi di Capua; trovandosi la sua Chiesa eretta originariamente sotto il titolo di S. Michele, segnatamente venerato da essi Principi, può raccogliersi l'idea che intorno alla Chiesa siano cominciate a sorgere le prime case, che poi formarono il Casalis Marzianisi, che fu prima Suffcudo di essi Marzani, primi Signori, e poi feudo sottomesso alla giurisdizione di Capua.
La opinione dello Iannelli è smentita nelle sue parti più decisive dai seguenti rilievi:
1.) Egli dice che Marcianise poté sorgere tra il 1101 e 1117; contro questa affermazione resiste l'altra dello storico Granata, che nella Storia Sacra della Chiesa Metropolitana di Capua, Tomo 1., scritta nel 1766, dice che la prima Chiesa e Casa Santa dell'Annunziata sorsero nel X. Secolo, cioè circa 200 anni prima, e dice inoltre al paragrafo XIX di detto volume che originariamente la Chiesa di S. Michele Arcangelo di Marcianise era l'unica Parrocchia amministrata da un Rettore e da 4 Porzionarii (oggi Mansionarii). Per più secoli fu soggetta alla giurisdizione dell'Arcivescovo di Capua; ma poi, nell'anno 1113, essendosi copiosamente popolate alcune piazze di Marcianise, come quelle dei Pagani, di S. Simeone e di Puzzolanello, furono create altre tre Parrocchie, e messe sotto la giurisdizione di Caserta.
Come concilia lo Iannelli queste affermazioni, con la sua opinione di ritenere Marcianise sorta tra il 1101 ed il 1117?
Trovo utile ricordare a questo punto che la località Pagani è così detta perché, con l'avvento del Cristianesimo, riconosciuto ufficialmente dall'Imperatore Teodosio il Grande nel 393 dopo Cristo, furono cacciati dalla cittadella i gentili idolatri e furono costretti ad abitare in pagis extra moenia, per la loro ostinazione nel politeismo, onde non turbassero i Cristiani nell'esercizio della loro religione, a nord della cittadella. Quel sobborgo fu detto fin da quei tempi dei Pagani.
Nessuna indicazione ho potuto trovare della denominazione Puzzolaniello per quante ricerche abbia fatte.
2.) Dalla lettura del testo scritto dal Cardinale Leone, riferita innanzi, riportata a pag. 154 del volume dello Iannelli, si rilevano queste precise parole: Térras in Gualdo de Maialoni et in Marcenisi; questo inciso, scritto nel 1103, denota che i detti Principi Longobardi fecero concessioni in una località che già in quel tempo aveva la denominazione di terra di Marcenisi; ora siccome lo Iannelli dice che questa zona fu chiamata Marzanisi, dal nome di essi Principi, denominati Marzani, l'assunto appare erroneo, perché, in tutti i casi, in detto testo avremmo dovuto trovare scritto Marzanisii e non Marcenise. Da ciò si desume che per lo meno è erronea la costruzione etimologica del nome.
3.) Egli assume che originariamente, sull'area dove sorge il nostro Duomo, fosse stata eretta dai detti Principi Landenulfo ed Adenulfo una chiesa sotto la denominazione di S. Michele Arcangelo: ciò è inesatto ed erroneo, perché da diverse fonti attendibilissime si sa che il tempio fu prima dedicato a S. Martino e poi a S. Michele; tutto ciò se si vuol prescindere dalla preesistenza, in quel posto, dell'antico tempietto di. Marte. Come vedesi, la congettura è assolutamente fantastica.
Queste brevissime riflessioni danno la prova chiara e tangibile che l'opinione dello Iannelli, per lo meno nei punti designati, non merita fiducia; e se è così, anche egli ha errato, ed anche sulle sue affermazioni si rende necessario fare un lavoro induttivo e deduttivo; tutto ciò comprova, in modo inequivocabile, che gli storici da cui esso ha attinto, non ebbero a dir sempre cosa esatta e vera, ond'è che anche la sua opinione, così come quella del De Paulis, deve passare sotto il crogiuolo della logica e del controllo.
 
Proposte così le due opinioni, emerge chiaro che esse si ispirano a diversa fonte, poiché lo Iannelli pone a fondamento del suo dire la parola degli storici, ed il De Paulis, in una concezione ben più ardita, fonda la ragione del suo convincimento sugli elementi archeologici. Va osservato, però, che gli storici a cui si riferisce il primo, sono per la maggior parte posteriori al 1500, e portano la loro disamina su elementi archeologici di Marcianise, ritenuti di epoca ignota; sicché la loro osservazione è puramente induttiva e, come tale, non può far fede assoluta.
A tanto aggiungesi che la maggior parte degli elementi archeologici vennero alla luce dal 1879 al 1880, negli scavi praticati per la sistemazione delle vie e piazze di Marcianise, fatta in tal periodo di tempo, in cui furono messi in evidenza i preziosi resti della Porta Atellana, la necropoli sul piazzale del nostro Duomo, una infinità di monete e tombe di epoca romana, e fu rimossa dal suo posto la pietra scritta; elementi di cui mi occuperò particolareggiatamente qui in seguito. Aggiungasi inoltre che gli storici stessi, il più delle volte esaminarono separatamente or l'uno, or l'altro elemento, e su ciascuno di essi, preso isolatamente, si pronunziarono; tale sistema apodittico è quasi sempre peccaminoso, perché vertendosi in materia di scienze quasi empiriche, tendenti a caratterizzare fenomeni e fattori, la cui causa è ritenuta incerta, è necessario coordinare i diversi fattori, in stretta concatenazione tra di loro, e solo da tal lavoro induttivo e deduttivo, trarne le serene e necessarie conseguenze.
Ora, siccome un tal lavoro, con cosciente, serena ed instancabile tenacia, è stato compiuto solo dal De Paulis, che ebbe la possibilità di vagliare anche i nuovi elementi, che vennero alla luce proprio quando egli si accingeva a scrivere la Storia di Marcianise, si rende necessario seguirlo con benevolo raccoglimento e con una certa fiducia per poter formarsi un concetto preciso sulla possibilità o meno della origine romana della nostra Città.
Certo, la modesta proporzione di queste nostre pietre ha determinato una prevenzione scettica sulla possibile gloriosa nostra origine; cosa ingiusta, perché la Storia è la voce della verità, scevra da sentimentalismi e passioni, è il verbo che ad un tempo è luce e fiamma, è affermazione che avvolge il tempo e lo spazio, consacrazione del sentimento profondo della giustizia.
Quanto di diverso si è generosamente ritenuto per l'alma Roma; tutti son convinti che la lupa, il pastore Faustolo e gli stessi Romolo e Remo son parto della fantasia dei suoi grandi storici, però tutti, con un senso di religione, non osano ostare il mistero del suo primo fasto, avvolto in un fascino di grandezza e di gloria sicché la leggenda si consolida colla solennità del nome. A questa nostra povera terra, per una ostinata miscredenza, si contesta palmo per palmo ogni scritto ed ogni documento, denegandole il fastigio della sua prima origine, quasicché non fosse degna di tal nobile retaggio questo suolo, che dopo tanti secoli restituisce al bacio del sole le stimmate che gli impressero i gloriosi legionari di Cesare.
 
Siccome lo Iannelli assume che Marcianise sorse dopo il mille, e per il periodo di tempo anteriore si limita alla critica delle affermazioni del De Paulis, si rende necessario seguire la tesi di quest'ultimo, e, tener presente i suoi rilievi ex adverso, caso per caso.
 
E' detto innanzi, che Marcianise originariamente sorse come Colonia Militare con mura, fossi, torri e porte; è detto, altresì, che essa ebbe l'appellativo di Oppidum o Castrum, cioè Cittadella fortificata o Campo trincerato, e non quello di Casalis; questo assunto trova riscontro nei seguenti elementi:
1.) Lo storico Michele Monaco a pag. 600 del suo trattato Sanctae Capuanae Ecclesiae, dice che le due ali circolari dell'antico coro della Cattedrale di Capua, nel 13. secolo erano decorate da 19 tavole di marmo, che furono rimosse nel 1489 dall'Arcivescovo di Capua e Patriarca Antiocheo Giordano Gaetano, che dovette costruire un nuovo coro, e le fece collocare sulla porta maggiore del Duomo, dove rimasero fino al 1720, allorquando il Cardinale Nicola Caracciolo, nella restaurazione generale del Tempio, le rimosse, facendo perdere all'arte ed alla Chiesa quei superbi monumenti, comunque in parte logori dal tempo, che ne formavano il più gran lustro e splendore.
Di queste tavole, le prime 9 rappresentavano le immagini dei Vescovi suffraganei, cioè di Calvi, Caserta, Caiazzo, Teano, Venafro, Isernia, Aquino, Sessa e Carinola, ciascuno munito della propria leggenda; altre 9 rappresentavano lo stemma di ciascuno dei Vescovi; la 19a portava effigiato un Castello con ai piedi l'epigrafe Castrum Martanisii quod est de demanio Ecclesiae Capuae.
Questo particolare storico dimostra chiaramente che Marcianise fin dal 13° secolo trovasi effigiata come un Castello, e veniva chiamato Castrum; che per essere così, assolutamente non potette sorgere nel 12° secolo, sotto forma di agglomerato di case, intorno ad una chiesa, come un comune Casalis; che doveva essere già in quel tempo un centro di una certa considerazione, da essere ritenuto di eguale importanza agli altri, che avevano la Diocesi. Tutto ciò confuta l'assunto dello Iannelli, che vorrebbe far risalire appunto le origini della nostra Città nel 12° secolo, cioè nei 1117.
2.) In una scrittura esistente presso l'Archivio di Capua, del 6 Novembre 1424, si legge che l'Arcivescovo Filippo di Capua, in quell'epoca, dette in enfiteusi a tal Ristagnolo Goliosa di Marcianise una terra iuxta fossos Castri Marzanisi. Parla di Castro e di fossati.
3.) Il Costanzo, nel libro XVII della sua storia, così dice: adunque il Re Alfonso I. di Aragona non solo prese Marcianisi ma vi entrò pure vittorioso, col seguito dei suoi, dove era ai 15 Dicembre 1436 e dovè senzameno stanziare uno o più giorni in quel Castro, comunque in parte guasto dai patiti danni delle guerre.
Tutto ciò si renderebbe un enigma inesplicabile, qualora si volesse supporre Marcianise un comune casale, e non una Cittadella fortilizia di una relativa importanza, perché si parla di Castro comunque in parte guasto da patiti danni di precedenti guerre.
4) Esiste negli archivi della Città di Capua un Editto del Viceré di Napoli, Gran Capitano Consalvo de Cordova, del giorno 11 Marzo 1506, inviato in nome e parte del Re di Spagna Ferdinando il Cattolico, in cui così è scritto: et le mura et i fossi de dicta terra di Marcianisi, le lassarite stare come se trovano al presente: et contra quelle non innovarrite cosa alcuna senza la ordinazione de la Catholica Maestà del Re Nostro Signore, o Nostra: et non farite lo contrario, se amate lo servitio di quella Altezza, et la pena di deciemilia ducati incorrere.
Questo elemento costituisce la prova decisiva che in quel tempo Marcianise era cinta da mura e fossati; la storica importanza di casi è dimostrata dalla gravità della pena commisurata.
Lo Iannelli comprendendone la grande importanza, per darvi una giustificazione, osserva che, nei due anni precedenti, il duca di Termoli Altavilla de Capua, che aveva giurisdizione su Marcianise, aveva iniziato le opere per cingerla di mura e fossati.
A questo punto occorre chiarire chi era il Duca di Termoli.
Egli fu un insigne e valoroso Condottiero, ed ebbe giurisdizione su Marcianise dalla fine del 1503 ai primi del 1506.
Su questa giurisdizione si sono formulate tre ipotesi.
La prima lascia credere che egli ebbe in concessione Marcianise da Federico di Aragona, discendente del primo Re Federico, anche lui Re di Napoli, prima di lasciare il Regno.
La seconda, che egli, con un colpo di audacia, pose mano su questa terra, abusivamente, durante il periodo di tempo in cui lo stesso Federico di Aragona abbandonò quasi le redini dello Stato, e sotto la minaccia di Re Cattolico Ferdinando di Spagna e di Re Luigi XII di Francia, fuggì da Castel Nuovo di Napoli.
La terza, che è quella di Paolo Giovio, insigne biografo della vita del Gran Consalvo, scritta nel 1547 pochi anni dopo la sua morte, sostiene che il Duca di Termoli ebbe giurisdizione su Marcianise dal Consalvo stesso, in special previlegio ed in premio dei servigi prestati.
Comunque la sua Signoria su noi durò appena due o tre anni, durante i quali fu vigilmente controversa dalla Città di Capua, che ne era stata spogliata, tanto vero che questa mandò alla Maestà Cattolica in Spagna due dei suoi più illustri cittadini, tra cui il prode Ettore Fieramosca, per ottenere privilegi, franchigie, immunità, e sopratutto per ottenere nuovamente la sua giurisdizione su Marcianise. Questi ottennero l'assenso Reale, e fu così che il 12 Novembre 1505, il Viceré Consalvo, in nome di Re Ferdinando, richiamò Marcianise alla legittima giurisdizione di Capua. In seguito a tale ordine Sovrano, il Duca di Termoli cedette il 4 Febbraio 1506, dopo varie tergiversazioni e reticenze.
Ciò posto, si rileva di leggieri la erroneità dell'assunto dello lannelli, quando pretende attribuire al detto Duca di Termoli la costruzione delle mura e dei fossati, di cui si fa parola nell'editto di Consalvo, quando si pensi per poco che in detto editto si dice non innovarrite ciò che significa non innovare, non già costruire, e che nel breve periodo di due o tre anni, in tal modo controversi, il Duca di Termoli non pensava a cingere di mura e fossati Marcianise, perché tal tempo non era neppure sufficiente a studiare il piano ed il progetto delle costruzioni.
 
Ma i rilievi fatti innanzi non suffragano lo lannelli; questi, fermo nel suo convincimento, assume che Marcianise non potette esistere prima del Mille, perché nessuno degli storici antichi ne ha fatto mai menzione; che i pretesi elementi archeologici non sono validi a dimostrarne la origine romana, giacché essi, in parte sono inesistenti o di equivoca interpetrazione, in parte vi si trovarono, essendone disseminato l'agro dell'antica Capua, in parte perché vi furono trasportati per molteplici ragioni. Cita pertanto tutta una schiera di studiosi delle antichità di Capua e dintorni, e trova strano che nessuno di essi ebbe a porre occhio sulle antichità di Marcianise e sulle sue fortificazioni.
Così invoca Ambrogio Attendolo, che nel XVI secolo studiò tutti i monumenti della vecchia Capua, rilevando anche un disegno dell'Anfiteatro Campano, senza per nulla accennare alle fortificazioni di Marcianise; cita Gian Carlo Morelli, che nel 1613 scrisse il libro Veteris Capuae Monumenta senza parlare di Marcianise; cita Francescantonio De Tommasi, il Pratilli, il Pellegrini, il Vecchioni é tanti altri; cita infine un episodio dell'arcivescovo Cesare Costa di Capua, vissuto nella fine del XVI Secolo, che assai vago di tutte le sacre e pagane antichità della sua Archidiocesi, fece dipingere da Francesco Cicalese, valente pittore, in una delle sale del palazzo Arcivescovile, tutti i monumenti dell'antica Capua, financo l'Anfiteatro Campano, e non pose occhio addirittura sui monumenti e sulle fortificazioni di Marcianise, che pur faceva parte della sua Archidiocesi.
Gli sembra strano che le mura ed i fossi di Capua antica furono smantellati fin dal V Secolo, mentre quelli di Marcianise rimasero intatti.
Per notizia storica, ricordo che i resti dell'antica Capua nell'841 furono ridotti in cenere per mano dei Saraceni, menativi per odio da Redalgiso, Principe di Benevento, e che la nuova Capua fu costruita da Landone, Principe dei Longobardi nell'856, presso il ponte di Casilino, ove fece trasferire gli abitanti della vecchia Capua che allora erano rimasti senza casa. Non faccia adunque alta meraviglia, se Capua antica fu distrutta e Marcianise rimase in vita, perché per la importanza di Capua e il predominio che ebbe, contro di essa si sfogarono tutte le ire dei principi del tempo, che erano riusciti a sottrarsi alla sua dipendenza. Del resto anche la Città nostra subì le torture delle guerre, e fu in parte guasta, così come innanzi ho riferito del Costanzo, circa l'entrata di Federico di Aragona in parte guasto dai patiti danni delle precedenti guerre.
 
Alle fatte osservazioni dello lannelli, fa d'uopo dare una duplice risposta:
1.) perché gli storici antichi non parlarono mai di Marcianise;
2.) perché gli studiosi dei monumenti dell'antica Capua non si occuparono delle sue fortificazioni.
Cercherò di esaurire questo argomento, sulla scorta delle considerazioni fatte dal De Paulis, con la maggiore brevità possibile.
1 ) Il silenzio degli storici classici latini non può costituire decisiva argomentazione per dimostrare che Marthanisium non esistette in quei tempi; occorre rilevare che pervennero fino a noi, attraverso le invasioni barbariche, solo le opere dei grandi (Livio, Tacito, Plutarco, Svetonio, ecc.) salvatesi per puro miracolo, e tutte le altre di entità inferiore andarono inesorabilmente perdute, nelle alterne dolorose vicende che travagliarono il sacro suolo della Patria nostra. Ciò posto, questi storici trattarono episodi, fatti é soggetti di importanza nazionale, e non potevano interessarsi della piccola colonia militare, sita a breve distanza da due grandi punti di riferimento (Capua ed Atella), e se pur parlarono di queste contrade, le definirono sempre con l'appellativo di Agro Campano. Questa verità trova conforto nel detto del naturalista Plinio, il quale parlando dello zolfo e della zolfatara di Pozzuoli, dice: in Neapolitano Campanoque agro in collibus qui vocantur Leucogaei donde si rileva che Plinio fa a meno di nominare l'Oppidum Puteolorum, che certamente esisteva in quei tempi, e preferisce definire la località Neapolitano Campanoque. Vien confortata altresì dallo storico Giulio Frontino, nel suo libro De Coloniis in cui dice: Caudium Oppidum a Cesare Coloniae Beneventanae est adiudicatum cioè Caudio, la moderna Arpaia, Oppido, fu subordinata da Cesare alla Colonia Romana di Benevento.
Certo se l'antica Capua non fosse stata completamente rasa al suolo, e se di essa fossero rimaste le scritture, avremmo avuto la prova inequivocabile della esistenza o meno della nostra Cittadella, perché questa, siccome conservava i caratteri prettamente militari, pur avendo autonomia propria, amministrativamente era considerata come una Prefettura di Capua, nel senso di frazione, perché da Capua, ritenuta Colonia Madre, riceveva i Praetores Juri dicando (giudici del doppio ramo civile e criminale).
Con queste fugaci osservazioni credo aver esaurito questo primo interrogativo.
2) Gli studiosi di storia ed archeologia della Capua antica, non posero occhio sulle nostre fortificazioni, perché in mas-sima furono figli della Capua moderna ed ebbero soprattutto il proposito di rilevare e studiare i monumenti della loro originaria patria, di cui andarono sempre altamente orgogliosi; pervasi adunque da tal fastigio, disdegnarono rilevare i pregi di altre località, quasi gelosi di offuscare la grandezza della loro storia. Cosicché, non solo non parlarono delle fortificazioni di Marcianise, ma non si occuparono di alcun'altra località circostante, ritenendo ogni cosa subordinata e sommersa di fronte alla loro originaria Città. Tale criterio si basa in linea di massima sul sentimentalismo, che talvolta è peccaminoso, perché si allontana dalla serena espressione delle cose; se ne ha la riprova nel fatto che pur essendosi rinvenuti moltissimi elementi, nel nostro suolo, di indole prettamente romana, con irragionevole ostinatezza si torturano il cervello per tergiversarne il significato, ricorrendo talvolta a costruzioni retoriche, che si trovano in contradizione financo con la logica. Precedentemente ho detto che essi hanno portato la loro disamina sugli elementi archeologici di Marcianise, dopo circa un millennio, sicché la loro opinione, per quanto rispettabile, è relativa e non assoluta; il dire che gli elementi archeologici rinvenuti presso di noi non dimostrano la nostra origine romana, perché in parte sono di equivoca interpretazione, in parte vi si trovarono perché l'agro dell'antica Capua ne era disseminato, o che essi furono quivi trasportati per molteplici ragioni, significa fare delle affermazioni gratuite e non confortate, significa usare un linguaggio generico e superficiale, che per nulla ha il sapore storico.
Per confutare tal pregiudizio, sempre sulla scorta delle cognizioni del De Paulis, passo alla disamina particolareggiata di tutti gli elementi archeologici, che come testimoni perenni ed inequivoci, portano l'impronta della loro origine, in rapporto alle cognizioni storiche innanzi dette ed ai luoghi in cui furono ritrovati.
 
Il territorio intorno a Marcianise: dai primi stazionamenti di coloni greci alla necropoli osco-etrusca.
Marcianise ricade nell'area anticamente conosciuta come Liburia, in seguito, Terra di Lavoro, tra Capila e Napoli. Più o meno, lo stesso spazio anticamente costituiva l'Ager Campanus ed aveva come confini ad ovest il corso inferiore del Volturno, a nord i monti Tifatini fino all'odierna cittadina di Maddaloni, a sud il mare. L'agro era ed è tutt'oggi, attraversato dal corso del fiume Clanio (Clanis, o, secondo la forma latina del nome, Clanius), la cui canalizzazione borbonica dette luogo ai Regi Lagni. Tutta l'area a sud dei Regi Lagni presenta ancora in maniera perfettamente leggibile le tracce dell'antica centuriazione; il Cardo ed il Decumano elementi determinanti della partitura, sono visibili ancora oggi così come individuati dal Gentile. Il Cardo, orientato contrariamente alla norma in direzione est-ovest, correva poco a nord del Clanio; il Decumano, con un tracciato ancora ben visibile, collegava Atella con Capua, l'attuale S. Maria Capua Vetere, e proseguiva fino al tempio di Diana Tifatina, attuale sita dell'Abbazia benedettina di S. Angelo in Formis. Capua, insieme con altri centri etruschi minori, contribuì fortemente alla formazione di una progredita civiltà a carattere urbano e rurale nelle pianure dell'entroterra campano fino al 423 a.C. quando la città fu però sottoposta, al pari della gran parte dell'Italia Meridionale, ai Sanniti; dalla correlazione e dalla fusione dei vari elementi etnico-culturali, da quello ausone a quelli opicio, etrusco, greco e sannita, nacque il popolo campano degli Oschi, caratterizzato da una propria lingua e da una originale civiltà a spiccato carattere rurale.
Benché, al momento, non disponiamo di notizie o evidenze certe relative ai primitivi aggregati ricadenti nell'agro capuano, e quindi dei territori di Marcianise, per una disamina sulla loro individuazione e sullo sviluppo nel corso dei secoli, può risultare utile una descrizione dell'ambiente naturale in cui ebbero luogo i primi stazionamenti di colonie agricole. Testimonianza di questo sviluppo furono le campagne prossime al Clanio, che nasceva da numerose sorgenti presso Abella, ai piedi del Monte Vergine. Poi scendeva a nord di Nola e formando un grande arco passava a sud intorno ad Acerra dove accoglieva, presso il ponte di Casolla, il ruscello della Mefita, che un tempo scorreva da Cancello ad occidente, passando davanti a Suessola; poi per un certo tratto scorreva parallelo al Volturno, infine attraversava la laguna sabbiosa del Lago di Patria sfociando nei mare presso Liternum (nel suo corso inferiore si chiamava Litérnus). In uno di questi siti, a Calabricito, una località sulla, riva destra del Clanio, meglio conosciuta come Bosco, nel secolo scorso (1880 circa) furono scoperte tracce di insediamenti greci ed etruschi. Qui come a Sele, un'altra località situata nei pressi di Marcianise, ed ancora a Musicile, Trentola ed Airola, da moltissimi anni, sono stati portati alla luce pietre di antichi templi, ma soprattutto cospicui resti di ceramica. A giudicare dal materiale rinvenuto, si può oggi pensare alla presenza nella zona di una società abbastanza opulenta certamente auto sufficiente, costituita in maggior parte da agricoltori greci provenienti dalle colonie di Pitecusae Curra nell'VIII sec. a.C, uno dei tanti insediamenti Euboici nei retroterra Campano.
Non bisogna dimenticare che in questo periodo a Capua, si ebbe l'arrivo di artigiani che si impiantarono stabilmente nella città, dove la graduale evoluzione di grossi agglomerati offriva maggiori possibilità di mercato. E' infatti documentabile la presenza di vasai che cominciarono a produrre con tecnologie nuove per quest'area, quali il tornio veloce ed il forno chiuso, ceramica dipinta di forme sia greche, che indigene, contribuendo a rendere più articolata una società in cui si venivano affermando gruppi privilegiati attraverso l'accumulo dovuto agli scambi con il surplus, ed in parte anche attraverso la pirateria. Tra le evidenze sepolcrali di epoca greca, una singolare testimonianza ci viene dal recente rinvenimento avvenuto nelle campagne dell'agro marcianisano (riva destra del Clanio), in località Sala di Marcianise; esso riguarda il sarcofago dedicato alfa sacerdotessa Priscilla Sepiciae, di rilevante importanza per lo studio e la significazione di possibili insediamenti arcaici nella zona. Ancora nell'ambito territoriale di Marcianise, notevole fu la scoperta tempo addietro di tombe a cremazione, contenenti oggetti d'arte orientalizzante e oreficeria di fabbrica etrusca; a ciò si aggiunga la scoperta di una necropoli romana sul piazzale del Duomo, il rinvenimento di un cospicuo, numero di tombe, moltissime monete e numerosi altri reperti romani che vennero alla luce nel decennio 1879-89, il ritrovamento di cappelle funerarie di notabili etruschi individuate in località Ponterotto e Ponte Forcina nel Clanio (1885), nonché il recente rinvenimento ancora di una tomba etrusca (VI secolo a.C), affiorata nel 1975 in riva sinistra del Clanio, in località Astragata (delta greca) presso ponte S. Venere. La presenza di quest'ultimo complesso funerario nel territorio intorno a Marcianise costituisce una fonte preziosa per l'approfondimento dello studio e la ricostruzione delle varie culture di questi popoli, dato che nelle tombe si usò deporre, accanto al defunto o ai suoi resti un corredo funebre con oggetti rituali o di uso comune, come armi ed ornamenti, per pratiche certo legate alla credenza di una vita d'oltretomba.
Sulle consuetudini funerarie di questi antichi popoli, credo valga la pena fare alcune osservazioni di carattere più generale: si può affermare con certezza che gli aspetti della cultura materiale nei centri indigeni e in quelli con presenze etrusche, quando ha inizio la colonizzazione vera e propria, sono ancora abbastanza diversi ed esistono differenze non trascurabili anche tra Capua e altri centri (ad esempio come Pontecagnano), anche se la presenza greca è chiaramente individuabile. Sta di fatto che elementi della cosiddetta cultura delle tombe a fossa, ascrivibile soprattutto a popolazioni di lingua osca, spesso sono combinati con quelli villanoviani, cioè di provenienza etrusca. In sostanza possiamo dire che queste sicure evidenze archeologiche sembrano consolidare sempre di più le ipotesi relative agli insediamenti a cui tali necropoli corrispondevano. Le caratteristiche dei rinvenimenti, i cui elementi tipologici e compositivi trovano confronti in ambito capuano, inducono a ritenere che nel territorio di Marcianise, così come nel restante agro campano nello stesso periodo, la popolazione fosse distribuita in villaggi.
 
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Le tracce della centuriazione romana dell' Ager Campanus e la lettura dell'antico tracciato.
Un posto di preminenza nella storia urbana di Marcianise lo occupa sicuramente lo studio dell’Ager Campanus; dal punto di vista urbanistico esso si configura come quella parte della pianura campana attraversata da tutta una serie di rotabili, carreggiabili, strade campestri, sentieri, fossati continui ed argini che da nord a sud e da est ad ovest, paralleli tra loro, si incrociano ad angolo retto, in modo da formare un reticolo simmetrico di quadrati di uguale superficie reticolato ancora evidente, anche se la visibilità negli ultimi decenni ha stravolto il sistema. Il più antico nucleo di Marcianise è racchiuso tra i cardini ed i decumani di un centuria. L'abitato è attraversato al suo interno da quattro rotabili parallele tra loro ed incrociantesi ad angolo retto, in modo da formare un quadrato regolare di 710 metri circa per lato, che costituisce una maglia della centuriazione dell'ager campanus . E' certo che la centuriazione non fu solamente opera romana perché tracce preesistenti, con una parcellizzazione più contenuta, di circa 600 metri a lato, fu dovuta agli Etruschi, forse quando vi fondarono le dodici città confederate. Studi recenti, inoltre, hanno evidenziato che l'asse viario di traffico commerciale più importante degli etruschi in Campania corrispondeva alla via Cumana o Consolare Campana. Da un'attenta analisi dell'attuale insediamento urbano di Marcianise si evince che il suo nucleo centrale risulta delimitato ad est e ad ovest, così come a nord, proprio dai tratti superstiti di queste strade. Dunque su questo primo reticolo stradale, che ha funto da schema per i successivi impianti viari, si è innestata la successiva espansione regolare della città.
Dalla divisione agraria del territorio intorno a Marcianise, restano ancora oggi cospicue tracce: ricordiamo il cippo di confine tra Succivo (antica Atella) e l'angolo della costruzione romana, sull'antica strada consolare Atella Terra Lanei Capua Vetere, il cippo in riva sinistra del Clanio in località S. Arcangelo di Atella e il cippo in località Trentola. Quest'ultimo si trova a Sud dell'abitato di Marcianise, all'innesto fra la via provinciale Loriano-Trentola e quella di Casadelbene; ambedue le strade ricalcano assi della centuriazione romana, rispettivamente un decumano e un cardine. Pertanto nella ricostruzione del reticolato della centuriazione il cippo viene a trovarsi all'angolo fra il sesto decumano a est di quello massimo e il quarto cardine a sud del cardo maximus.
Riguardo la posizione del termine di Trentola, è da considerare ancora che esso si trova al limite meridionale del reticolato: una sola centuria è conservata a sud di Trentola prima del corso dei Regi Lagni; inoltre immediatamente a est si estendeva molto probabilmente in antico una zona non assegnata (subsecivum, da cui il nome del paese di Succivo), ai margini della centuriazione e a contatto col fiume. Infatti in questo settore i campi e le strade campestri presentano un orientamento del tutto differente e obliquo rispetto al regolare reticolato della centuriazione, anche se ciò può essere in parte dovuto alla vicinanza con l'importante corso d'acqua, che potrebbe aver cancellato gli orientamenti antichi.
 
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Gli studi nel secolo scorso sulle origini della città: l'epoca della fondazione secondo Nicola De Paulis e l'opinione di Gabriele Jannelli.
Muovendo da queste premesse, particolarmente significative per il nostro discorso urbanistico appaiono le opinioni dei due maggiori studiosi che nel secolo passato si sono interessati delle origini e della storia di Marcianise, sulle quali però non ci dilungheremo essendo, questa, materia che richiederebbe da sola uno spazio vastissimo. In primis, va segnalato lo studio del canonico Nicola De Paulis, che espresse la sua opinione in un volume intitolato A rivendicare l'abolito Stemma della Città di Marcianise.
Egli fondava il suo pensiero su notizie di storici a lui precedenti, integrate da indagini personali sulla topografia urbana, sulla sopravvivenza di elementi toponomastici trasmessi per tradizione e in particolare, sulla attenta osservazione della più antica struttura di Marcianise. La sua tesi, quindi, è che Marcianise trae origine da una colonia romana che si impiantò in questa fertilissima pianura fin dai tempi di Gaio Giulio Cesare il Dittatore, cioè nel 50 a.C. (703 di Roma). La testimonianza di un cippo urbico collocato oggi sulla facciata dell'antico palazzo Messore, in Piazza Umberto I su cui si legge la scritta IUSSU IMPERATOR CAESARIS QUA ARATRUM DUCTUM EST (Per volere di Cesare Condottiero fu fissato questo solco per dove passò l'aratro) allusiva alla pratica di origine etrusca di tracciare con l'aratro il territorio di una città, costituisce per il De Paulis la sicura prova dell'origine romana di Marcianise. La colonia, secondo il De Paulis, fu di prodi veterani venuti in questa terra per godersi quei fondi avuti come premio e ricompensa per le loro gesta belliche.
Ciò è accertato storicamente dal Freisenio e dal Rollin. Nell'anno 703 di Roma, Cesare distribuì in Italia vaste terre ai suoi soldati che lo avevano seguito nelle sue memorabili vittorie avute in pochi mesi, dal Rubicone alla battaglia di Tapso in Africa, dove dopo acclarati trionfi stabilì le sue colonie. Il Rollin aggiunse che, successivamente, Ottaviano visitò la Campania dove i soldati veterani di suo padre sì erano stabiliti in colonia. Anche se è bene notare che Cesare, il Dittatore, non aveva attuato il prescritto rito per la costruzione di colonie perché, nel caso, abbandonò ogni formalità edilizia mantenendo solamente il rito di fondazione che consisteva nel designare con l'aratro il solco di delimitazione dei fossati e delle mura, cosicché le città potevano chiamarsi oppida e urbe.
L'ipotesi che una di queste colonie militari abbia dato origine a Marcianise è dimostrata dalla primitiva forma oppidiana e castrense data dagli abitanti alla loro residenza. Ed è proprio su questa forma, accertata archeologicamente, che si fonda l'indagine urbanistica del De Paulis secondo il quale Marcianise era in origine una Cittadella circondata da un fossato, protetta da un muro di cinta ed aveva l'aspetto di un esagono a lati disuguali; tutto il perimetro misurava poco più di un chilometro ed i quattro punti di principale congiunzione delle mura, erano rafforzati da quattro torri. Questa Cittadella aveva quattro porte: la pretoria, detta così per la vicinanza del Pretorium, residenza del comando militare; la Decumana o Atellana; la Principalis Dextera o Porta Marte, che portava al tempietto di Marte fuori le mura; e la Principalis Sinistra o Porta del Sole, perché si trovava a mezzogiorno. Le due porte più importanti, la Pretoria e la Decumana, erano collegate dall'arteria principale della Cittadella (attuale via Domenico Santoro) sulla quale confluivano altre cinque vie corrispondenti alle attuali vinelle. L'arteria principale, uscendo dalla Porta Decumana, arrivava al cosiddetto trivio croce per immettersi nella consolare che da Capua antica portava ad Atella. Bisogna dire che dalla rilettura distesa dello scritto del De Paulis (che mi trova in larga parte concorde con la sua tesi), emerge soprattutto un grande interesse metodologico per come il canonico ebbe a condurre la sua ricerca. Attraverso un'esplorazione attenta e sistematica di una vastissima raccolta di materiale documentario e archeologico, lo studio offre un'ampia dimostrazione del nobile e multiforme lavoro del De Paulis, le cui argomentazioni sono indagate sempre con estrema acutezza e poste in rapporto con le vicende del tempo. Tuttavia va osservato che la scarsità delle fonti documentarie antiche e soprattutto le ulteriori distruzioni (in epoca recente) di testimonianze archeologiche estremamente significative a sostegno di tale asserzione, lasciano ancora oggi un vuoto interpretativo, non facile da colmare, su tanti altri aspetti legati a queste origini della città. Non per ultimo, c'è da chiedersi perché di Marcianise non vi è traccia nella Tavola Peutingeriana, copia di un'antica carta militare romana di età imperiale fatta pubblicare nel Cinquecento in due frammenti dall'archeologo e umanista bavarese Conrad Peutinger. La riproduzione del singolare documento si conserva su una lunga striscia di pergamena, divisa in 11 segmenti (dodici in origine) e dipinta a colori: le terre in giallo, i mari in verde, le strade in rosso (con l'indicazione delle distanze, quasi sempre in miglia romane). Trattandosi di carta itineraria, è sviluppata in lunghezza da ovest a est, mentre è estremamente ridotta l'altezza, cioè la linea nord-sud, con un rapporto di 1/21 (mentre quello normale nelle carte antiche è di 1/2). La Tavola che indica, tra l'altro, imparzialmente templi pagani e cristiani, ha punti di contatto con (Itinerarium Antonini, tali da presupporre una fonte comune.
Ma riprendendo il filo dell'indagine sulle origini di Marcianise, andrà tenuto conto che accanto all'opinione del De Paulis, meno mi convince l'altra ipotesi ottocentesca sostenuta da Gabriele Jannelli.
A giudizio dello studioso capuano, le prime notizie di Marcianise risalirebbero al tempo dei Longobardi, Principi di Capua, e che tali Principi eressero una chiesa in onore a S. Michele; da ciò potremmo pensare che le prime abitazioni cominciarono a sorgere intorno alla chiesa formando così il Casalis Marzianisi,' che tu prima suffeudo dei Marzani, e poi feudo sottomesso alla giurisdizione di Capua. Lo Jannelli sostiene che Marcianise fu fondata probabilmente fra il 1101 ed il 1117, ma lo storico Granata nella sua Storia Sacra della Chiesa Metropolitana di Capua, afferma che la prima chiesa e Casa Santa dell'Annunziata sorse nel X sec., cioè 200 anni prima. Inoltre dice che la Chiesa di S. Michele Arcangelo di Marcianise (Duomo) era l'unica parrocchia ed era soggetta alla giurisdizione dell'Arcivescovo di Capua, ma nel 1113 essendosi popolate in maniera copiosa alcune piazze di Marcianise, come quelle di S. Simeone, dei Pagani e di Puzzaniello, furono create altre tre parrocchie sotto la giurisdizione dì Caserta.
Nel testo del Cardinale Leone sì legge terras in Gualdo de Mataloni et in Marcenisi; questo inciso è del 1103 e testimonia che i Principi Longobardi fecero concessioni in una località che già in quel tempo sì chiamava Marcenisi, che però è in contrapposizione con la derivazione del nome Marzanisi dai Principi Marzani. Ma le argomentazioni dello Jannelli meritano alcune brevi considerazioni. Rincresce innanzitutto sottolineare che la prima citazione di Marcianise non è quella risalente al 1052, anno del documento incluso nella Chronica Sacrii Monasteri Cassinensis su cui lo Jannelli basa la sua ipotesi sulle origini della città, bensì quella ascrivibile al secolo precedente, coincidente con l'anno 979, così come risulta da una Bolla riportata da Michele Monaco, con la quale Gerberto arcivescovo capuano consacra Stefano vescovo di Caiazzo e suffraganeo di Capua, e nell'elencare le Chiese concesse alla sua Diocesi cita Sancta Maria, et Sanctus lanuarius in Marcianisu.
Abbiamo visto come Jannelli sostenga che sull'area dove oggi sorge il Duomo i tre Principi avessero fatto erigere la Chiesa di S, Michele Arcangelo, ma da fonti attendibili si sa che il primo tempio fu dedicato a S. Martino e poi a S. Michele; tutto ciò a prescindere dalla preesistenza in quel posto del tempietto di Marte. Egli pone a fondamento delle sue affermazioni gli scritti degli storici, mentre il De Paulis fonda le sue argomentazioni sugli elementi archeologici. Però gli storici a cui si riferisce Jannelli sono per la maggior parte posteriori al 1500 e, quindi portano la loro disamina su elementi archeologici di Marcianise ritenuti di epoca ignota; siccome la loro osservazione è puramente induttiva. Mentre il De Paulis si basa su elementi archeologici rinvenuti alla fine del secolo scorso negli scavi praticati per la sistemazione delle vie e delle piazze della città, che è appunto il periodo in cui si scrisse la storia di Marcianise.
Sicché al di là delle questioni insolute o risolte sotto falsa luce, dovute alle numerosissime incertezze, è mia opinione che la scarsa dimostrazione della tesi dello Jannelli non può indurmi ad accettare in pieno la validità dei suoi assunti. Essi non trovano spiegazioni plausibili ma suppongono una loro formazione esclusivamente d'ambito storico, le cui fonti documentarie non sono sempre del tutto attendibili; né tanto meno giustificano o tentano il confronto concreto con la più intelligente aderenza del discorso archeologico. Quindi, si tratta di uno lavoro che, nonostante l'unità rigorosa dei suoi contenuti tratteggiati con la minuzia e l'efficacia dell'uomo di profonda cultura, risulta tuttavia impostato su approfondimenti critici decisamente poco fluidi, abbastanza provvisori e per molti aspetti labili: Per questi e vari altri motivi, sono portato ad interpretare lo studio analitico degli scritti utilizzati dallo Jannelli non come espressione di un'idea unica, ma solo come materiale utile per poter ricostruire il particolare intreccio tra la memoria della storia ormai trascorsa e la nuova storia di Marcianise, e giungere a definire l'interconnessione che sta alla radice tra lo sviluppo della città antica e la figuratività della struttura urbana dell'odierna Marcianise.
 
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La recente indagine di Aniello Gentile.
Alla luce di quanto detto finora, sebbene la complessa questione delle origini di Marcianise si presenti ancora oggi abbastanza difficoltosa, così come del resto la ricostruzione delle vicende urbanistiche legate al primo nucleo della città, è però possibile ricavare degli elementi di valutazione tutt'altro che secondari e interpretare taluni aspetti particolari, attraverso il ridisegno di una configurazione storica più generale.
Iniziamo col guardare da vicino una delle più recenti e approfondite indagini portate avanti da Aniello Gentile sulle origini della città: ...Dall'antica Leboriae in epoca della maggiore espansione del territorio, trae origine la denominazione di Terra di Lavoro, nella quale il riferimento al lavoro fu impropriamente suggerito da un'etimologia popolare cui ancora oggi danno credito perfino storici moderni. In questa pianura, un tempo ager Campanus, cioè agro dell'antica Capua, al vertice di un triangolo immaginario che agli altri due vertici vede l'etrusca Capua, odierna S. Maria C. V., e la moderna Caserta sorge Marcianise, in un contesto geografico ed in una stratificazione etno-topografica che si sviluppa lungo l'arco di tre millenni di storia. Così il Gentile in un suo recente saggio, inizia un dotto discorso ricco di riferimenti letterari, storiografici, glottologici, impiegati a dimostrare, senza far ricorso a congetture e fantasie, le origini della città, la fondazione romana del primo nucleo urbano di Marcianise a seguito della politica di confisca e deduzione di colonie nei territori conquistati, praticata in età repubblicana. Ne fanno fede non solo le vie a quadrato del centro storico, che ricordano il sistema dei cardini e dei decumani, ma anche la rete stradale del territorio che conserva il tracciato delle antiche linee cromatiche di epoca romana.
Il Gentile, peraltro, con la sua autorevolezza di glottologo, corregge le approssimative etimologie fiorite nel passato dei nomi di Marcianise chiarendo che iseè un suffisso aggettivale, e di Terra di Lavoro, precisando che lavoro in questo caso è corruzione di Leboriae, che a sua volta risale al Dio Libero. Nonostante le carenze di testimonianze architettoniche, queste ipotesi sono suffragate dall'individuazione di elementi assai qualificanti con datazione e localizzazione e si inquadrano perfettamente nelle complesse vicende politiche di questo periodo.
 
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Le risultanze degli studi storici di Nicola Letizia.
Alla necessità di integrare le due principali e opposte opinioni, quella dello Jannelli e quella del De Paulis pensa invece lo studioso locale Nicola Letizia che in uno dei suoi ultimi saggi su Marcianise, nelle pagine dedicate a Il toponimo e la questione dell'origine annota che i due storici ...accapigliandosi idealmente per contrasti culturali e non volendo cedere di una spanna in questa loro sfida incruenta, non si accorsero che l'opinione dell'avversario, sfrondata di certe esagerazioni dovute alla foga della contesa, poteva essere connessa a quella propria con un'opera di integrazione realisticamente opportuna e aderente al discorso storico. Nella sua esauriente esposizione storica, lo stesso Letizia aggiunge: Negando la costruzione ex abrupto del 50 a.C. come vuole il De Paulis e del 1101 o giù di lì come vuole lo Jannelli, si può giustamente e plausibilmente ritenere che già in epoca romana nel nostro territorio ci fossero degli insediamenti rurali, fondi rustici, che per successiva evoluzione storica si ampliarono sul piano abitativo dando luogo, durante il Medioevo, e particolarmente durante il periodo feudale, a centri di vita rurale e, quindi, a feudi, di una certa rilevanza. L'autore si sofferma a lungo sul processo di formazione della realtà urbana di Marcianise e ripercorre le testimonianze toponomastiche degli antichi rioni della città.
Sull'ipotesi della presenza già in epoca pre-romana di insediamenti rurali costituiti dai predia, ossia dalle fattorie o poderi, il Letizia così conclude: Le risultanze degli studi storici degli ultimi anni rendono talmente sicura tale conclusione che le ipotesi di Jannelli e del De Paulis non hanno più seguaci. Sulla scorta di questi interessanti riferimenti del Letizia, pur manifestandomi favorevole più all'ipotesi romana di Marcianise (come meglio si intuirà nel corso della lettura dei prossimi capitoli), sembra in ogni caso difficile, nonostante la complessità dell'argomento, non riconoscere una validità nelle risultanze dello studioso. Tuttavia ciò non deve indurci ad arrestare le nuove ricerche storiografiche e ad utilizzare altre chiavi di lettura del territorio di Marcianise in grado di allontanare incertezze e confusione del passato, e riuscire a compiere validamente un esame critico completo dell'annosa questione. Allora appare ancora più significativo il principio che ci deve dirigere in questo studio: verificare gli eventi e le idee da un punto di vista storico-archeologico-urbanistico, e di cercare in essi quegli elementi che continuano a vivere nel nostro spirito, senza smarrirci nelle deviazioni più comuni.
 
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Il pensiero di Salvatore Delli Paoli sull'area centrale.
Bisogna dire che ancora uno studioso locale, Salvatore Delli Paoli, nel suo volume Il Duomo di Marcianise, si mostra oggi sostanzialmente favorevole all'opinione del De Paulis. Egli ci fa notare che nell'ambito della tesi storica sostenuta dal canonico marcianisano, un posto di rilievo spetta al Duomo che probabilmente è stato eretto sui resti di un preesistente tempio di Marte, da cui il De Paulis fa derivare anche il nome di Marcianise: Martianisus, tempio di Marte, i motivi che giustificano tale asserzione, derivano dalla toponomastica cittadina, che ancora oggi conserva una via Marte ed un quartiere al quale è rimasto il nome dei Pagani. Ciò non è sufficiente per fondare un discorso di sicura certezza, ma non per il Delli Paoli, che non esclude completamente l'ipotesi. Nel suo accurato lavoro si legge che certe espressioni e certe indicazioni di località rimaste nell'uso comune hanno sempre alla loro base qualche fondamento di verità e risultano sempre attestate intorno a dei nuclei storicamente fondati: ...che Marcianise possa essere esistita in epoca romana non può essere escluso a priori, anche se si può escludere quasi sicuramente che essa esistesse nella forma ipotizzata dal De Paulis come colonia autonoma fondata da Giulio Cesare, il Dittatore, 50 anni prima della venuta di Cristo.
Ancora il Delli Paoli, in un suo successivo saggio sull'antica chiesetta di S. Maria delle Grazie, a proposito della localizzazione del primo nucleo della fabbrica, cita alcune righe della platea di quella chiesa34 in cui c'è un riferimento alla più antica Piazza chiamata dentro la Terra; il che sembra confermare, secondo lo studioso, la dislocazione topografica del più antico insediamento urbano di Marcianise, facendoci in pratica capire che il posto della chiesa viene a coincidere con il centro dell'agglomerato storico di Marcianise: questo confermerebbe la tesi di quanti hanno sempre pensato all'area centrale di Marcianise come a quella delimitata a sud da via Torri, a nord da via Monte dei Pegni (nella dizione dialettale, via Fossi) e il suo ideale prolungamento verso est, ad oriente da un limite forse non più rintracciabile nel disegno delle strade attuali che potrebbe essere tracciato nel tratto tra l'inizio dell'attuale via Santoro e l'inizio di via De Paulis, e ad occidente con l'attuale via Lener il suo prolungamento verso nord fino all'incrocio Monte dei Pegni. Una ricostruzione comunque che lo stesso Delli Paoli avanza in via ipotetica, senza alcuna pretesa definitoria, e che anche a noi sembra non molto lontano dal vero.
 
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L'apporto degli ultimi rinvenimenti archeologici sul Tardo antico e sul primitivo cristianesimo.
Evitando di intrattenerci, per economia di spazio, su ulteriori studi che si occupano delle origini della città, di cui ancora molto ricca è la recente storiografia locale, passiamo ora alla disamina di quel singolare periodo che fu il Tardo antico, le cui evidenze archeologiche forniscono per l'agro marcianisano un prezioso apporto per l'interpretazione della definizione storica e per la conoscenza di quel lungo complesso e interessantissimo periodo di trasformazione politica, culturale e artistica che conduce dall'antichità classica al Medioevo. Come sappiamo, tutt'oggi la sua definizione, specie per lo studio più approfondito sul territorio dell'antica Terra di Lavoro è oggetto di discussione, sia per il riconoscimento dei suoi elementi specifici, sia per le date di inizio e di fine e per lo stesso carattere del suo processo di trasformazione urbana, e quindi del nuovo schema generale di espansione della città e dei suoi sobborghi; caratteri che non sorgono e non si affermano evidentemente tutto ad un tratto né dovunque nello stesso tempo. Anche per Marcianise, così come per tantissimi altri centri molto prossimi a Capua, vanno perciò ancora ricercate le origini di questo complesso periodo e approfondite storicamente le trasformazioni sociali, economiche, ideologiche e soprattutto religiose (avvento delle religioni orientali, affermazioni ufficiali del Cristianesimo) perché tutto questo sta all'origine dell'età medievale, e quindi della dominazione dei Principi Longobardi di Capua. Andrà tenuto conto che i reperti del tardo-antico, così come quelli del primitivo cristianesimo, oggi risultano piuttosto scarsi, in quanto il territorio urbano ed extraurbano di Marcianise è stato depredato da tombaroli senza scrupoli e in vario modo.
I rinvenimenti legali si trovano nel Museo Campano di Capua; ma non sono stati ancora catalogati, e nel Museo Nazionale di Napoli. Varie in passato le campagne di scavo avvenute per lo più nelle zone periferiche; tra la zona di Loriano e Trentola, nei pressi della località Catena e nella zona detta Cappellone, ma ancora deboli i segni e le tracce tardo-antiche. Tuttavia fino a qualche decennio fa, lapidi e pietre scritte se ne trovavano sparse in gran copia per il centro antico di Marcianise, quasi tutte però frammentarie e mutili. Circa la loro interpretazione, forma e stile, occorrerebbero disamine più acute e minuziose, sulle quali non credo sia il caso in questa sede, di soffermarsi. Sicure tracce dello sviluppo del tardo antico e del primitivo cristianesimo a Marcianise ci sono fornite dallo studio di interessantissimi reperti inediti e affatto conosciuti come una piccola vasca battesimale (X-XI secolo d.C), un sarcofago antropomorfo aniconico (VI-VII secolo d.C.) e da una stele votiva epigrafica. Pur non essendo certo dei monumenti ufficiali, essi ci aiutano a interpretare meglio le contrastanti tendenze, di antiche tradizioni e di nuovi fermenti, tutti di fondamentale importanza per la formazione della civiltà alto-medievale nella zona. II primo manufatto ha la forma tondeggiante, con un orlo esterno piuttosto sporgente rispetto alla parte inferiore che presenta un andamento quasi regolare; in fondo al cratere si trova il foro per la deduzione dell'acqua.
Secondo la forma si può assimilare, come dice il Testini, alle vasche battesimali ritrovate in Africa, in Egitto, in Palestina ed in Italia a S. Severino. Il sito di rinvenimento non si conosce; e presumibilmente, in seguito al ritrovamento di alcune colonne tardo-antiche pertinente ad un piccolo ambiente presso la zona detta Ceraso, che in quel luogo vi sia stato un battistero o qualcosa di simile per cui la nostra vasca potrebbe essere stata da quel sito rimossa e portata nel cortile del palazzo in cui ancora oggi si trova. E' probabile che il manufatto, considerate le dimensioni, sia servito per il battesimo per effusione che, com'è dimostrato dai resti monumentali, fu diffuso nella tarda antichità al pari di quello per immersione. Incerta è pure l'età del reperto, che, comunque non dovrebbe essere posteriore al X-XI secolo. Degno di rilievo il sarcofago oggi conservato nell'androne di un antico palazzo nell'area meridionale dell'abitato (via S. Giuliano), è costituito da un parallelepipedo in pietra bianca locale rozzamente la vorato sia nella parte esterna sia nella parte interna e di cui manca la chiusura. Nonostante l'assenza di qualsiasi rilievo tettonico nelle parti esterne, il sarcofago può verosimilmente dirsi tardo-antico, forse del VI-VII secolo, per la particolare forma antropomorfa della sua parte interna che caratterizza molti esemplari simili attestati soprattutto nel basso e alto Lazio. Il lato corto, riservato alla testa del defunto, si presenta decisamente arrotondato; ben visibile è un piccolo rialzo che intende richiamare un guanciale, mentre il lato opposto, è proporzionalmente affusolato e allungato.
Al panorama archeologico del primitivo cristianesimo di Marcianise appartiene pure una stele calcarea votiva epigrafica inglobata nel muro di un pozzo nel cortile di una casa colonica in via Salzano. Si tratta di una pietra calcarea locale chiara, adattata a spalletta di pozzo mutila della parte inferiore, il che lascia intuire che in origine era formata da due parti e quindi utilizzata come materiale da costruzione. E' un reperto di significanza certamente difficile da storicizzare per le vistose lacune del campo della lapide e soprattutto per l'usura del reperto stesso; l'iscrizione è appena accennata all'estremità del campo epigrafico, che è del tutto corroso nella parte centrale. L'epoca paleocristiana della stele è stata dedotta dall'analisi linguistica delle parole e dei lessèmi sicuramente riconoscibili; la sua provenienza è da ascrivere al periodo della consacrazione degli antichi templi pagani nella zona della Piana del Clanio. L'eprigrafe presenta diversi aspetti interessanti: i caratteri sono prettamente fenico-egiziani, come si desume dalla configurazione delle lettere, il che fa capire che la lapicide avvertiva l'urto di una scuola greco-fenicia, dato che Terrae Lanei (Terra del Clanio) in quel tempo faceva parte del Ducato di Napoli sotto il dominio bizantino in Italia con sede Ravenna, ove imperava in quell'anno (424 d.C.) l'imperatore Giovanni (loanne).
 
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