link alla index link alla home page link a terra di lavoro link a storia della città link alle chiese link alle piazze link a monumenti link a castelli link a contatti
panorama città di marcianise
 
Pro Loco Marcianisana - Città di Marcianise (Caserta): vi trovate in Cultura e Tradizioni
 
C’era una volta… la festa della Matricola di Isaia Fuschetti
Il nome Matricola è quasi sconosciuto oggi nel mondo studentesco; è d’uopo, quindi, ricordare: Matricola è lo studente iscritto al primo anno di una facoltà universitaria. Lo studente Matricola, per poter essere ammesso nel consesso goliardico, doveva essere sottoposto al giudizio dei suoi colleghi Anziani, che formavano il Senato Goliardico. A totale spesa della matricola ci si riuniva in un luogo stabilito e, al termine di una grande abbuffata, intervallata da canti, balli e suoni, si procedeva alla lettura di un Decalogo, imposto alla Matricola, chiamato Papiellum. Alla fine, non prima di aver dovuto ricevere scappellotti e sopportare sberleffi, la Matricola riceveva l’Onore di essere ammesso al glorioso consesso goliardico della città. Quando sia nato questo Modus Agendi goliardico non si sa con sicurezza: con una certa approssimazione lo si fa risalire alla fine dell’Umanesimo o poco dopo, all’inizio del Rinascimento. Col passare degli anni e dei secoli questa usanza si trasformò in una vera e propria festa goliardica, con il coinvolgimento di tutta la cittadinanza a supporto, senza alcuna distinzione di classe e cultura.
A Marcianise la festa della Matricola fu organizzata per la prima volta nel 1951, ad opera del locale Circolo Universitario, e proseguì nel tempo con cadenza biennale fino al 1968. Negli anni settanta ci fu un pallido tentativo di ripresa, senza seguito. Per darle un senso di popolarità, si diede alla festa anche un sottotitolo: A sfilata d’ ‘o rre Cucuzziello 1°: Cucuzziello 1° fu impersonato da Achille Tartaglione, futuro ingegnere tra i più valenti in provincia di Caserta. La festa veniva stabilita in una domenica, compresa tra la seconda metà del mese di aprile e la prima metà di maggio. I preparativi, però, avevano inizio già più di due mesi prima. Per reperire i fondi occorrenti per la realizzazione della festa si faceva ricorso alla: Cerca c’ ‘o Pignatiello. Si divideva Marcianise in zone e poi si formavano le squadre di cerca, composte dagli studenti delle scuole medie-superiori, capeggiati da due o più studenti universitari, con tanto di cappello della propria facoltà con in mano il famoso Pignatiello, quale contenitore delle offerte. La cerca veniva fatta casa per casa.
Poi si passava alla preparazione dei carri allegorici, relativi a un determinato periodo storico, sempre diverso di volta in volta. Contemporaneamente c’era la preparazione della Fiac-Band: banda allegorica, composta da giovani universitari che suonavano strumenti della tradizione napoletana, costruiti da loro stessi, con l’aggiunta di strumenti (alcuni) di vera banda, suonati da giovani diplomati in musica. Al mattino della domenica stabilita, tra la curiosità, l’ilarità, la chiassosità e la calca dell’intera città, la Fiac-Band, suonando, girava per le strade cittadine per annunciare l’inizio della festa. La banda era preceduta dal cosiddetto Pazzariello, che ne era anche il valente Maestro Direttore.
Nel pomeriggio c’era la sfilata dei carri allegorici, aperta dal carro d’ ‘o ‘rre Cucuzziello e chiuso dal carro della matricola in catene, impersonata, per sorteggio, da una vera Matricola. La sfilata era preceduta dalla gloriosa Fiac-Band, diretta dal grande ed insuperabile Maestro concertatore e Direttore d’Orchestra ‘o ‘Pazzariello. Il tutto terminava in piazza Umberto I con il processo alla Matricola. Chiudeva definitivamente la festa il grande concerto lirico-sinfonico della Fiac-Band, con grande divertimento dell’affollatissima piazza. La festa era annunziata in tempo debito anche da manifesti, detti ‘o Bando, che venivano affissi in ogni angolo della città ed anche dei paesi viciniori. Un anno fu commesso un errore nel bando, che poteva causare gravi conseguenze, ma per fortuna tutto si risolse con pochi e lievi danni: nell’invitare i cittadini a lanciare alla sfilata fiori, coriandoli ed altro, si scrisse in un latino-napoletano maccheronico – Vuttatece Tutto Sine Struoppulis. Ma il Sine, che vuol dire senza, fu interpretato in – persino ‘e struoppuli: vi lascio immaginare, quello che accadde al passaggio della sfilata! Era sempre, però, una domenica senza eguali: la cittadinanza partecipava, gioiva, godeva, con la soddisfazione degli universitari marcianisani, felici per aver donato una giornata di spensieratezza al popolo, e contenti per aver contribuito, almeno per un giorno, a far dimenticare tutti i guai della vita.
 
foto
 
I Mangiaranogne di Isaia Fuschetti
Natuccio ‘o piscatore, ‘O Vitarano, Micheluccio, Magnetiello a Santa Venera, zì Catarenella divennero note trattorie (‘a cantina) famose il tutta la regione grazie alla speciale pietanza di ’nguille ‘e ranogne.
Marcianise sorge nell’Acer Campanus, al centro di quella fertile pianura, già definita dagli antichi romani Leboriae Terrae, cioè Terra di Lavoro. In questa pianura scorreva il fiume Clanio che, a causa dei suoi argini bassi e del suo percorso molto sinuoso, in periodo di piena, straripava e provocava paludi, acquitrini, fossati di acqua stagnante e rivoli maleodoranti, che davano origine a malaria. Nella seconda metà del Settecento il Re di Napoli, Carlo III di Borbone, si preoccupò di bonificare questa zona, canalizzando le acque stagnanti verso il mare; questi canali furono chiamati Regi lagni, In questi luoghi acquitrinosi non potevano non vivere la rana. Anzi si pensa che qui la rana abbia preceduto l’uomo. Questi anfibi trovarono in questo territorio un loro Habitat di lusso: vasche, rivoli, stagni, canali. Questa parte dell’Ager Campanus rappresentava il posto ideale per la vita della rana stessa e per la sua riproduzione.
Alla luce del si dice, quando i nostri progenitori vennero a contatto con questi anfibi ne provavano un senso di disgusto. Poi, col passare degli anni e dei secoli, le frequenti calamità naturali, come le carestie e le prepotenze sempre più forti dei proprietari terrieri, portarono i poveri contadini a guardare le rane, molto abbondanti, con uno sguardo diverso. Durante una delle più gravi carestie, al tempo della dominazione spagnola, i nostri antenati, spinti dalla fame e dalla disperazione, avvicinarono i loro denti anche alla tenera carne delle rane: la trovarono buona, anzi ottima e ne fecero un pranzo quasi quotidiano.
Da allora, col tempo, questi nostri antenati, riuscirono a scoprire le più valide e gustose ricette per cucinare le rane e le tramandarono di generazione in generazione. E oggi non è difficile trovare qualche anziana massaia, che si ricordi come si preparavano le rane indorate e fritte, in umido, col pomodoro fresco ed in brodo, e che costituivano un miracoloso alimento per i piccoli e gli ammalati. Dall’8 maggio (S. Michele) al 29 settembre era d’uso una scampagnata a Santa Venere sui Regi Lagni, dove si potevano gustare alla taverna di Saracone pietanze di anguille e rane contornate da una ricca insalata di schiavoni e innaffiata da un prelibato ma economico vino fragola. I marcianisani, col tempo, ebbero l’appellativo di mangiaranogne, per il largo consumo di questa specialità.
Tutte le locande fecero delle rane una pietanza unica, particolare e caratteristica. Da tutta la provincia e oltre si veniva a Marcianise per gustare questa pietanza particolare a base di rane. Il nome delle varie locande, come: Natuccio ‘o piscatore, ‘O Vitarano, Micheluccio, Magnetiello a Santa Venera, zì Catarenella divennero note e famose in tutta la regione. La rana aveva contribuito a far diventare Marcianise un viatico economico molto vantaggioso per i suoi cittadini. Che peccato oggi!
 
foto
 
Marcianise e il teatro popolare di Isaia Fuschetti
Sarà stata la vicinanza di Atella, la patria delle Fabulae Atellanae, una forma primitiva di teatro comico popolare, caratterizzata da vivace realismo; sarà stato l'Animus Jocandi, una delle naturali caratteristiche degli Osci, primitivi abitanti di queste terre, ma una cosa è certa: la passione per il teatro a Marcianise è tanto antica e lontana nel tempo, che non la si può datare con esattezza; qualcuno, a ragion del tipo del teatro marcianisano, pensa possa farsi risalire, con una certa approssimazione, a quel tempo.
Quel popolare e vivace realismo del teatro atellano, Marcianise lo fece suo attraverso gli anni, i secoli e i millenni, con alcune inevitabili trasformazioni, dovute soprattutto all'avvento del Cristianesimo, e lo vive ancora oggi. Ci sono stati dei periodi della storia marcianisana, specie quello della dominazione spagnola e quello che seguì la cosiddetta Unità d'Italia, in cui il teatro popolare del' ex Regno delle Due Sicilie si trasformò in satira amara della vita grama della maggior parte del popolo. Satira amara, satira metaforica, grazie anche alla ventata delle nuove idealità politiche, che ebbero il loro alfiere in Domenico Santoro, che fu allievo e maestro impareggiabile di queste idealità, che lottano per riscattare gli oppressi alla libertà, il proletariato al diritto di vivere, la povertà al benessere generale. E Marcianise, forte anche di tanto insegnamento, il teatro se lo ha tenuto stretto e se lo tiene così ancora oggi: tipo di teatro considerato l'unico modo, l'unica occasione, l'unico mezzo per il riscatto della dignità umana.
Con l'inizio del ventesimo secolo (1900) il teatro popolare, a Marcianise e dintorni, ebbe, sulla scia delle tradizioni, un numero sempre maggiore di seguaci: ogni rione si impegnò ad organizzare un suo gruppo teatrale e, spesso, si indicevano giostre di recitazione soprattutto nella piazza principale della città. In seguito, specie durante le due guerre mondiali, si ebbe un forte rallentamento di queste attività popolari. Passata la tempesta bellica della Seconda Guerra Mondiale, che tante distruzioni, tanti lutti e tanto abbattimento morale e spirituale aveva causato, la nostra Marcianise. quasi come svegliandosi da un brutto sogno, si calò, con rinnovato amore, passione ed entusiasmo nella ripresa delle sue tradizioni teatrali popolari.
Tanto, grazie anche e principalmente al locale Circolo Universitario, che sulle scene del teatro Mugnone portò una bellissima commedia di Peppino De Filippo, intitolata: Quel piccolo campo. Il successo fu enorme, e le repliche non si contarono. Il cast teatrale di quella rappresentazione, che seppe far rinascere nei marcianisani la fiducia nella Provvidenza e la speranza di tempi migliori, merita di essere doverosamente ricordato, anche perché la maggior parte di essi ci hanno già preceduti nell'aldilà: Michele Accinni, Generoso Iodice, Federico Scialla, Gennaro Agrippa, Tancredi Fecondo, Dante Delli Paoli, Raffaele Mezzacapo, Tore Piccolo, Tanino Golino, Tanino Iodice, Lina Argenziano, Maria Alberico ed altri ancora. Questi nostri maestri di vita li abbiamo ricordati senza i rispettivi titoli, perché da esperienza diretta di chi scrive, essi davano molta importanza al proprio nome di battesimo e poca al titolo professionale.
A Marcianise, oggi, vivono ancora forme di ballo e canto popolare del mondo a noi tanto caro, Osco-Greco-Romano, soprattutto perché esse fanno parte di quel mondo teatrale popolare, quasi sempre satirico che viviamo ancora oggi a Marcianise e dintorni. Una fonte preziosissima di tutto ciò è costituita da un'opera di Nicola Letizia, intitolata: Marcianise, il tempo, il volto e l'anima, laddove l'amico Nicola parla con grande perizia e dovizia di riferimenti storici di queste nostre tradizioni: 'O Carnevale, 'O Laccio 'Ammore, 'A Tammurriata, 'A Lamentazione pe' Carnevale, 'E carre Simbolici, 'E Rurice Mise. Speriamo che tutta questa ricchezza inestimabile di tradizioni popolari, che affonda le sue radici nella notte di tempi e che è testimonianza di vera intraprendenza artistica della nostra Marcianise e del suo circondario, non abbandoni mai il suo Animus Jocandi! Chi recita vive per gli altri, è altruista! E Marcianise è così, non molliamo!
 
foto
 
La Piazza del mio Paese di Agostino Saviano
Qui non ricorderò le piazze più famose del mondo come Piazza S. Pietro o Place de la Concorde; il ricordo che sovrasta la mia mente mi riporta, invece, ad una modesta piazza di paese: quella della mia giovinezza dove, ancora imberbe, ero solito sostarvi la domenica. L'impero romano nel cuore, i trionfi e le sconfitte dell'Italia nella tasca, i sogni più belli da realizzare....eppure le generazioni passavano, segnando la loro presenza in quegli spazi sotto i filari delle querce viridi e compatte. Fiorivano i sogni e la giovinezza correva dietro le movenze delle giovani passanti; ed io ero inseguito dai dubbi e dalle incertezze dell'avvenire. Portavo con me le imprese di Achille, le peregrinazioni di Ulisse, i canti del Carducci e del D'Annunzio.
Chi mi avrebbe detto appagato per la mie fragili speranze? Cominciavo, intanto, ad apprendere che il comando e il quanto gli uomini pregiano. E non altro. E allora commiseravo me stesso nutrito solo di belle favole. Sulla spianata, intorno al fiero monumento, passava la squadra degli avanguardisti: Unò dué, unò dué, dietro front ritmato dal burbero cadetto, fermo fuori rango. Sul marciapiede l'ambulante esponeva ai contadini filari di scarpe ciabattinate dai tacchi consunti, e più in là schierava a terra semi arrugginiti arnesi della campagna: zappe, vanghe, rastrelli, falci, roncole, scure e quant'altro.
Poco distante, appesa alla parete del campanile, gabbie con uccelli canori erano esposte all’attenzione ed alla vendita degli appassionati. Scendevano dall'androne del municipio, in servizio di stato, due carabinieri in alta uniforme, dai baffi neri. Io mi maceravo l'anima: cosa posso fare per ridurre la nullità di questa vita e darle un senso? Il monumento alla patria mi tirava sopra il suo vano piedistallo, e i militi dell'ordine, guardandomi con sospetto, mi facevano tremare. Mi domandavo ancora cosa occorresse per significare e per essere partecipe del presente. Nuotavo sull'onda delle illusioni; e, disperando, venivo a toccare il reale che niente era ancora per me. Pur nel bagliore dei falsi trionfi, presentivo che l'errore avrebbe fatto il suo corso. Dal maestoso campanile uno stuolo di colombi si staccava, allora, e sfrecciava nel cielo della piazza come se salutasse la mattinata domenicale e il sole che cominciava ad inondarla. La sacra messa era allora terminata e le fedeli, ancora avvolte nel velo nero e con in mano il libro delle preghiere, scendevano dal sagrato, siccome calpestassero un tappeto disteso davanti al tempio di Dio.
Il loro volto sembrava illuminato dalla speranza, e dai loro occhi traspariva un sacro godimento. Alcune di esse mi guardavano e mi lanciavano delle occhiate di saluto. Le loro anime sembravano ristorate per le grazie promesse. Dei paesani, sostando all'ombra delle querce, attendevano i congiunti che uscivano dalla chiesa. Essi, poi, scrutavano il cielo per osservare le condizioni del tempo. Talvolta, dallo sbocco della strada principale sbucava di corsa un pianino a cilindro tirato da un uomo. Dietro il pianino c’era un giovanotto che con la mano sinistra lo spingeva e con la mano destra girava una manovella.
Il pianino, lanciando qualche novità canora tra le mura della piazza, faceva sobbalzare il mio giovane cuore. In ritardo era il carro trainato dalla mucca di Giacinto col muso pendolante verso terra. Essa, con la nuca sotto il giogo, strisciato da una parte all’altra delle stanghe, tirava il carro col letame destinato a concimare il suo campo. Erano quelli tempi di attesa di giorni migliori che abbiamo poi conosciuti.
E tu, piazza del mio paese, nella tua umile e semplice veste, mi hai conservato i vecchi ricordi e il tuo vetusto aspetto. Quando in autunno l'aria si rinfrescava e le cantine erano pingui per i raccolti, si assisteva ad un fatto del quale conservo ancora un ricordo bellissimo: all'imbrunire, mentre noi giovani ci intrattenevamo a gruppi, centinaia e centinaia di uccelli dell'entroterra confluivano negli alberi della piazza per trovare riparo nel loro folto fogliame; e, prima di prendere il posto desiderato, saltellavano garruli e rumorosi tra i rami, riempiendo con il loro armonioso cinguettio tutta l'area.
Quell'armonia durava fino a quando la luce del sole non cedeva il passo al calare dell'oscurità. La domenica, i ragazzi e le ragazze, vestiti a festa, solevano aggregarsi tra loro e dirigersi verso le zone più aperte e periferiche del paese. Ad un certo punto del percorso, essi, passando davanti all’edicola con l’immagine della SS. Immacolata Concezione, ai cui piedi c’era un fascio di rose rosse e fragranti, si voltavano verso di Lei invocandola nel loro cuore. Alcuni di essi, poi, si segnavano con devozione. C’era però anche chi era indifferente. Nel corso di questo tragitto, le persone più anziane, generalmente accomodate davanti ai loro portoni, erano solite fra l’altro trascorrere il tempo osservando il passeggio.
Esse di solito si compiacevano di esprimere commenti sull'abbigliamento delle fanciulle ma soprattutto ricordavano, sospirando, i tempi beati della loro giovinezza. Spesso si vedevano delle fanciulle con delle rose in mano, liete di averle ricevute in dono dai loro coetanei. Nelle ore mattutine del giorno successivo, i braccianti, con un volto macilento e spossato dalle fatiche, sedevano speranzosi sulle panchine in attesa di essere contattati dai padroni dei campi con i quali discutevano del magro salario e del tipo di lavoro da svolgere per quel giorno; raggiunto l'accordo, saltavano sul carretto del padrone e si avviavano con gli arnesi ai posti di lavoro. Che tempi, che costumi! Quanto simili, quanto differenti!
 
foto
 
Nel solco della tradizione con una eredità d'ideali di Federico Scialla
La classica di Marcianise del ciclismo regionale terminerà quest'anno con la cerimonia della consegna della medaglia al campione campano dilettanti 1972. La 28° Coppa Zinzi, infatti, in programma per il 12 settembre, vale per l'assegnazione del titolo regionale dei puri, essendo la terza ed ultima delle tre prove previste. Naturalmente, la aspettativa degli sportivi locali è vivissima, come ogni anno, per il significato che la impegnativa gara assume a Marcianise non solo dal punto di vista agonistico, m a anche e soprattutto da quello affettivo. Vale risalire, invero alle origini della corsa per comprendere in pieno il perché. Era il tempo in cui Binda dominava e le sue prodezze erano al centro delle conversazioni degli sportivi. A Marcianise un gruppetto di appassionati dello sport dl pedale era solito riunirsi in un accorsato negozio di cicli ubicato nei pressi di piazza Atella.
Un giorno, nell'ormai lontano 1931, ad uno dei ciclofili del citato negozio venne l'idea di organizzare una gara ciclistica. Per i necessari fondi fu stabilito di porre a sorteggio una bella bicicletta del tipo sport. E furono preparati i biglietti nella cui vendita sorsero, però delle difficoltà; bisognava venderne ancora molti e la cosa diventava via via sempre più problematica. Fu così che Francesco Agrippa e il suo giovane amico sportivo rag. Rodolfo Gaglione, padre dell'attuale sindaco avv. Valerio, offrirono la loro collaborazione che risultò preziosa. Il ricavato del sorteggio, comune non bastò. Mancavano ancora cento lire. Il proprietario del biglietto, notiamo tra parentesi, non si presentò e le cronache non registrarono quale sia stata la sorte della bella bicicletta...tipo sport. Per raggiungere la somma occorrente Agrippa e Gaglione si rivolsero all'industriale Pietro Zinzi. Ma cento lire erano pur sempre...cento lire! Pasqualino. Meglio aggirare l'ostacolo. La richiesta venne diplomaticamente rivolta tramite il figlio prediletto di don Pietro: il neo sacerdote Pasqualino. Era nata la Coppa Zinzi: la prima!
In settembre prese il via la gara che si snodò festosa attraverso le vie agghindate come per una festa: era la festa del SS. Crocifisso. I corridori affrontarono con piglio tutto bersaglieresco un percorso di circa 100 chilometri e sulla strada S. Giuliano, presente il podestà del tempo avv. Nicola Gaglione, il vincitore raccolse i frutti della sua fatica: un entusiastico applauso di un numeroso pubblico. La riuscita dell'iniziativa conquistò gli ideatori. La passione aveva fatto breccia nei loro cuori. Nasceva così la Unione Sportiva di Marcianise che dall'anno seguente assunse il compito di organizzare ogni settembre al ricorrere della festività del SS. Crocifisso una gara ciclistica di tuto rilievo.Negli anni successivi la manifestazione, che si svolgeva col patrocinio dell'amministrazione comunale, perché entrata a far parte integrante del programma dei festeggiamenti patronali, i quali si svolgono, appunto, sotto l'egida del Comune, giunse alla decima e, poi, tra alterne vicende alla XV e alla XX edizione. Diventò una classica del ciclismo.
Dal settembre 1968, essa a ripreso il suo percorso, nel ricordo del compianto canonico don Pasquale Zinzi, il quale, da neo sacerdote in quel lontano 1931, con fede di puro sportivo, tanto si adoperò affinché l'iniziativa non naufragasse. Oggi, quella eredità di ideali, di passione sportiva, di fede nei valori che illuminano lo sport delle due ruote, è stata raccolta da un giovanissimo appassionato, il dott. Domenico Zinzi. E Mimì Zinzi, nel nome e nel ricordo del nonno Pietro e dello zio Pasquale, rinnova ogni anno la tradizione che vuole la corsa di Marcianise tra le meglio del meridione d'Italia.
 
foto
 
Cultura e tradizioni
Numerose le tradizioni legate al mondo contadino, andate perdute con l'avvento dell'industrializzazione selvaggio, faticosamente riscoperte negli ultimi anni da associazioni di volontariato. La seconda domenica di settembre si celebra la festa del Santissimo Crocifisso (a’fest ro’riggfiss), con musica e balli popolari e con la partecipazione di cantanti di rilevanza nazionale. La prima domenica di settembre si festeggia la "sagra della rana". Altre manifestazioni sono svolte tra giugno e settembre nei vari rioni. Dolci tipici pasquali sono il migliaccio e la pastiera, ‘e cart e pep’, nonché zeppole e struffoli.
Sapere dove e quando si possono gustare pettole e fagioli, la pasta ’mbuttunata, la ’nsalata, ’o pere e ‘o musso e le famose rane fritte, e ranogne, le anguille, i nostri tipici piatti locali, è di certo un'informazione preziosa al palato. Così come lo sono, i dolci tipici pasquali quali il migliaccio e la pastiera, e cart e pep, nonché le zeppole e gli struffoli, e anche il torrone del principe. Così come non dobbiamo dimenticare, uno dei prodotti tipici di Marcianise, il vino fragola, che ormai è sempre più difficile trovare, perché le cosiddette viti maritate al pioppo, di cui parlava in uno dei suoi libri il Goethe stanno scomparendo.  Ma è di più: è un orientamento ai sapori giusti, lontani dalla cucina omologata e insipida di questi tempi globali.
La Sagra della Rana: manifestazione dalla durata di tre giorni che attira tantissimi curiosi da tutta la regione ed è l'occasione per gustare le famose rane fritte, le anguille e tante altre delizie caserecce il tutto innaffiato da ottimi vini locali. L’Estate di San Martino: la festa del vino, manifestazione allestita nelle stradine del nucleo piu’ antico di Marcianise, le cosiddette venelle; un percorso incentrato sulla degustazione di vini locali, e assaggi di piatti tipici della tradizione gastronomica marcianisana. Altre sagre tipiche realizzate dai vari rioni della città.
 
A tavola "...è meglio a murì sazio ca campà djuno..."
Semplici come gli ingredienti della pizza, mozzarella, pomodoro, olio di oliva , frutti della terra napoletana, che combinati danno vita alla pietanza meglio conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, quasi un simbolo della Napoli culinaria. Ma la cucina napolatana non è solo pizza, in essa troviamo le influenze di tutte le dominazioni che nei secoli hanno impresso un segno negli usi e costumi della città.
Partenope e il suo golfo ha da sempre rappresentato un centro di attrazione per i popoli vicini e lontani, Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Goti, Vandali, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Arabi, Saraceni. Spagnoli, Francesi, ed in tempi più recenti, Inglesi, Piemontesi ed Americani, e tutti hanno lasciato un segno del loro passaggio, nel linguaggio, nella moda e naturalmente nelle abitudini culinarie a cominciare dal piatto napoletano per eccellenza, il ragù la cui origine proviene dal ragout francese. La pasta è comunque la regina della tavola, condita con i frutti della terra o di mare, rappresenta il cibo principale della cucina mediterranea in cui è fondamentale l'utilizzo di olio di oliva.
La massima espressione sono gli spaghetti a vongole scolati al dente e saltati in padella con il condimento delle vongole. Non sono da meno gli spaghetti aglio, olio e peperoncino e gli spaghetti conditi con i pomodorini d'ò piennolo e qualche foglia di basilico, piatti pratici, gustosi pronti in poco tempo adatti anche alla cucina veloce di tutti i giorni. Piatti più elaborati sono sicuramente, gli gnocchi alla sorellina, conditi con abbondante mozzarella o la pasta e fagioli con le cozze abbinamento che può sembrare poco appetitoso ma risulta uno dei meglio riusciti della cucina partenopea.
Piatti unici come il gattò di patate ripieno di salame, prosciutto cotto e dadini di formaggio o la parmigiana di melenzane con mozzarella e parmigiano. Dolci tipici come gli strufoli, rococò e mustacciuoli o le zeppole fritte o al forno guarnite di crema ed amarene, e il sanguinaccio e le chiacchiere. Torta specialissima è la pastiera dolce di Pasqua che con il ripieno di ricotta, di grano e frutta candita celebra il rifiorire della terra in primavera. Ma il dolce per eccellenza è il babà, impasto leggerissimo, imbevuto di rum, che insieme alla sfogliatella è il dolce con cui la pasticceria partenopea è conosciuta in tutto il mondo.
La dolcezza della terra, il calore del sole mediterraneo, si uniscono per dare vita ad una varietà di vini eccezzionali. Il Falerno tanto amato da Plinio il Vecchio, il Greco di Tufo e la Falanghina, ottimi per accompagnare pietanze a base di pesce, o il Taurasi, vino rosso superbo della terra campana. Questa terra con le sue bellezze naturali e le sue dolcezze culinarie insieme con l'innata ospiotalità della gente vi accoglie e vi coinvoilge, vi offre sensazioni forti, perchè è sopratutto una terra piena di calore umano, di comunione fra le persone, sia nella gioia, che nei momenti di dolore.
Alcuni piatti tipici e antichi della tradizione: crocchè di patate, pancotto con i broccoli, parmigiana di melenzane, minestra maritata, uov' a sciusciellu, zite allardiate, zuppa e' suffritte, mugniatielli al forno con patate, 'ntrugliatielli al forno con patate, polpette di mussillo...
 
foto
link alla web mail di Umberto Riccio

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

link alla web mail della pro loco marthianisi partita iva e codice fiscale link al sito web del Gruppo Giovani Grafici di Umberto Riccio